Si porta addosso gli anni Settanta

Mi fermo sul marciapiede di viale Libia a Roma, un minuto prima che scatti il verde per l’attraversamento pedonale. Davanti a me passa un ragazzo di sedici anni, magro, vestito con una t-shirt nera carhartt, i capelli un po’ lunghi che gli cadono davanti agli occhi, una bocca piccola e concentrata, una smorfia irriverente. Si muove a suo agio in mezzo al frastuono grave e roco del traffico, sotto le alte facciate dei palazzoni lividi che nascondono il sole. Passa tra le macchine incolonnate e i motorini, incurante di tutto, come un piccolo animale perfettamente abituato alle minacce di questo habitat metropolitano. È così giovane e sventato, lui che è nato, se dio vuole, intorno al ’95, in un’era di pace e prosperità, in una città sempre uguale a se stessa. Eppure, nei suoi capelli nero vivo, nella sua fisionomia, c’è una storia collettiva, le battaglie fra i rossi e i neri, le stragi, le pistole, l’appartenenza politica, la militanza, la sofferenza per la perdita degli amici, i picchetti d’onore. Lui, che non sa niente di niente, eccetto lo slalom che compie ogni mattina lungo le strade di questo quartiere, si porta addosso gli anni Settanta.

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