Lolita o l’eternità

7 luglio 2011

Da qualche settimana rileggo Lolita di Nabokov. Non sono veloce nella lettura, e quindi il libro, una vecchia edizione rispolverata fra gli scaffali della mia casa precedente, procede con lentezza, direi senza fretta. Lolita è una di quelle letture che io definisco “di servizio”, appartiene cioè a un corpus di testi che ho scelto di leggere in preparazione di qualcosa a cui sto lavorando, anche lì senza fretta, con lentezza. Ciò che mi ha immediatamente colpito è che mi sono accorto di non aver conservato praticamente nulla della mia precedente lettura. Il film di Kubrick (che pure non è a mio giudizio tra le opere migliori di Kubrick) ha fagocitato tutto, si è impresso nella mia memoria, ha per così dire scalzato il sapore del romanzo, la cui sostanza rispetto al film trovo marcatamente differente. Ciò che mi è stato restituito rileggendo oggi Lolita è il Nabokov proustiano. Nella relazione che Humbert Humbert intraprende con l’adolescente Lolita c’è infatti la ripetizione di un primo amore infantile. Lolita è la reincarnazione di una certa Annabel Leigh conosciuta durante una lontana vacanza in Costa Azzurra e precocemente morta di tifo. Il riferimento a Proust è esplicito: a un certo punto Nabokov scrive chiaramente che l’ultima parte del libro potrebbe intitolarsi Dolores disparue, facendo un evidente riferimento all’Albertine scomparsa, sesto volume della Recherche. Ecco allora che tutto il romanzo acquista un sapore impressionista e l’intera disgraziata vicenda di Humbert Humbert diventa una tragica rincorsa ad incastonare il fossile del tempo perduto. Tutti i maggiori romanzi della storia della letteratura, e Lolita è fra questi, affrontano un grande tema comune: l’eternità, ossia il più grandioso concetto metafisico che l’essere umano sia stato capace di concepire (l’invenzione stessa di Dio è una conseguenza della rivelazione dell’eternità). Il viaggio senza meta che il protagonista del romanzo di Nabokov intraprende sulle strade d’America insieme alla sua giovanissima amante è una metafora compiuta degli affanni, dei turbamenti, dei pudori e delle infamie che ogni uomo è costretto a portare dentro di sé nella ricerca affannosa dell’attimo perfetto, di quel bagliore unico e irripetibile che definisce la vita umana e il suo senso profondo.

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