L’identità è il problema cruciale dell’umanità

8 luglio 2011

In America c’è un caso che fa discutere il mondo letterario. C’è un autore albanese, un tale Jiri Kajane, che negli anni Novanta ha incominciato a riscuotere un discreto successo negli Stati Uniti, fino ad essere antologizzato accanto a mostri sacri viventi come Ian McEwan e Joyce Carol Oates. Non solo, Time Out in una recensione arrivò a definire l’inesistente autore “il secondo più importante scrittore albanese vivente” dopo Ismail Kadare. Oggi si viene a sapere che Kajane non esiste. È il frutto di una messinscena di due allievi della University of California di Los Angeles che avevano scoperto che le loro storie, costruite in un’ambientazione americana contemporanea, non catturavano l’attenzione, mentre l’Albania post muro di Berlino  costituiva un setting perfetto e dal sapore vagamente esotico. Così hanno cambiato il setting e lasciato intatto tutto il resto, raggiungendo in poco tempo quel successo che i due non riuscivano a ottenere semplicemente essendo se stessi.  La letteratura, che è il terreno migliore per la finzione, come ben sapeva Borges, non è nuova a casi di questo genere. Posto di fronte all’impossibilità di determinare l’esistenza dei propri personaggi, lo scrittore contemporaneo è costretto spesso ad inventare se stesso, o in altri casi a nasconderlo, a sottrarlo alla vista del mondo (e qui la lista degli esempi potrebbe essere davvero infinita). Del resto, nonostante ciò che i non-fiction writer vogliono farci credere, la letteratura è un sistema fondato sulla distinzione tra realtà e finzione. La scomparsa della barra fatidica e strutturale che isola il territorio del non vero dalla verità assoluta può avvenire solo nel senso dell’irrealtà, e mai nel verso contrario. Ciò che io leggo nella storia di Jiri Kajane, come in altre storie di forzati dell’anonimato letterario, è che l’identità, in questo secolo più che mai, resta il problema cruciale dell’umanità.

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