Corso di aggiornamento sullo stato della nazione

11 luglio 2011

Nell’ultimo periodo, al contrario delle mie abitudini, ho letto un bel po’ di narrativa italiana contemporanea. L’ho fatto come se dovessi affrontare un corso di aggiornamento sullo stato della nazione. Una cosa mi è saltata all’occhio: la pressoché totale mancanza di ambizione che fa degli autori italiani i cantori di universi piccoli, spesso piccolissimi, meglio se chiusi tra le mura municipali di qualche minuscolo borgo di provincia. In pochi (quasi nessuno) sono capaci di costruire mondi, di sfidare il dominio dell’immaginazione, di confrontarsi con temi alti. Nei microcosmi provinciali di questi narratori non c’è neppure quello slancio che ha fatto grande la letteratura italiana del secondo dopoguerra, quell’andare dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande. Non mancano i talenti, le competenze, le originalità, manca il desiderio di confrontarsi con un ordine delle cose più esteso. Gli scrittori italiani di oggi sembrano affetti da una sorta di sentimento d’inferiorità, battono strade sicure, non si arrischiano sui sentieri imperscrutabili. Qualcuno si dibatte ancora nell’affannosa ricerca di un’originalità spinta all’eccesso, residuo di una certa letteratura di moda negli anni Novanta, che produce opere stucchevoli e paradossali, contraffazioni evidenti di modelli originali provenienti da altre scuole. Non so se tutto questo appartenga a quel “genocidio culturale” profetizzato da Pasolini quando parlava di neocapitalismo e omologazione, so che si tratta di uno stato di cose stabilito e preservato dal mercato editoriale, so che è una delle facce possibili del centralismo della civiltà dei consumi. A giudicare da quello che si produce all’estero direi, forse, la peggiore di tutte.

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2 Risposte to “Corso di aggiornamento sullo stato della nazione”

  1. foggyland Says:

    buongiorno andrea, il tuo post mi ha fatto tornare in mente quanto avevo amato Pratolini e Cassola, e come dici meravigliosamente tu quella loro capacità di passare dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande in modo talmente sottile e delicato che non te ne accorgevi se non quando eri arrivato alla fine, e dopo qualche minuto. Non è forse colpa dell’esercizio di stile, di questa nostra attenzione malata alla forma che precede la cura del contenuto? sembra invertito un ordine di priorità, ho qualcosa da dire e quindi la scrivo diventa voglio scrivere e quindi cerco qualcosa da dire.

    • Andrea Pomella Says:

      Quello che dici tu è senz’altro vero, nel dopoguerra c’era un’urgenza del dire dovuta al fatto – come disse Calvino – che tutti avevano un’esperienza da raccontare. Questo non vuol dire che servirebbe un’altra guerra per riaccendere gli spiriti sopiti degli scrittori italiani. O almeno spero.


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