Genova 2001: i morti della mia generazione sono i vivi di oggi

19 luglio 2011

Il pomeriggio del 19 luglio 2001 ero seduto davanti alla Tv a guardare la diretta fiume da Genova. La settimana prima avevo partecipato a una serata in un famoso centro sociale di Roma. C’era stato un concerto, ma non ricordo il nome del gruppo che aveva suonato. Ricordo che prima del concerto sul maxischermo installato al lato del palco era stato proiettato un filmato. Era un video di un’ora circa in cui venivano dati consigli pratici su come resistere agli attacchi della polizia. C’era una voce fuori campo che spiegava nel dettaglio come proteggersi la testa, il collo e la schiena in caso di aggressione, su come fabbricarsi in casa una maschera antigas. C’era dovizia di particolari, riferimenti ai materiali, alle tecniche di resistenza passiva. Molti tra i presenti, compreso qualcuno dei miei amici, sarebbero saliti sul treno per Genova. Nessuno era animato da cattive intenzioni, tutti però erano allertati, tutti sapevano che non sarebbe stata una semplice passeggiata sotto il sole. Fra i ragazzi che si aggiravano nel vasto cortile del centro sociale quella sera non c’era cognizione che Genova sarebbe stata l’ultima battaglia, che il fascismo di stato avrebbe vinto una volta per tutte, che una stagione di lotte, l’ultima disperata propaggine di una storia iniziata trent’anni prima, in un’altra Italia, in un altro tempo, si sarebbe conclusa per sempre. La morte di Carlo Giuliani avvenuta il giorno 20 alle 17.27 avrebbe suggellato quella fine. Il 20 luglio del 2001, a ventisette anni e dieci mesi, è finita anche la mia giovinezza. Quella sera è stata l’ultima volta che ho messo piede in un centro sociale. Le date servono a questo. Dieci anni dopo, ripensando al decennio appena trascorso, vedo una strada in abbandono, vedo una nazione piena di sconforto, rovina e squallore. La generazione che è succeduta alla mia ha messo da parte l’istinto naturale alla ribellione, si è nutrita di piccole rivolte private, non è stata più capace di immaginare, come è dovere di ogni giovane in ogni luogo della terra, una rivoluzione. Dieci anni dopo ripenso ai versi di una poetessa cilena, Carmen Yáñez: “Erano giovani i morti della mia generazione. / Ridevano, colmavano gli spazi, / bruciavano le loro candele, / nemmeno ci pensavano alla morte”. I morti della mia generazione sono i vivi di oggi, quelli che non vogliono più sentir parlare di quella storia.

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9 Risposte to “Genova 2001: i morti della mia generazione sono i vivi di oggi”

  1. iris Says:

    leggo la tua amarezza, la comprendo e risale la mia rabbia, dal fondo di una storia troppo antica e per questo dolorosa. Quel dolore che non ha immagini ne parole, talvolta, perchè troppo ampio, oltre la sopportazione di una memoria sia individuale che collettiva.
    La frustrazione dei sogni è umiliante e la ferita che lascia nel corpo sociale e in quello mentale di ognuno necessita di molte cure. Cure oggi lasciate al coraggio e alla resistenza personale prima di tutto.
    Il corpo di Giuliani a terra, la ferita per mano dello Stato, è stata questo si: uccidere i sogni, spaccare la testa a chi voleva sognare, perchè si sa, il sogno comporta pensiero e passione.
    Hanno tentato di sparare all’imprendibile materia dell’umano, la strada che può portare ad una più sincera idea di libertà.
    Non hanno capito che una piazza poteva diventare un cuore ancora più vivo.
    Ci sono tanti ragazzi e ragazze che ce la faranno, che sognano ancora. Stiamo con loro, diamogli coraggio.
    Buon lavoro Andrea, sempre profondi e coraggiosi i tuoi pezzi. Grazie.

    • Andrea Pomella Says:

      Con il baratro che ci si sta aprendo sotto i piedi immagino che la piazza molto presto tornerà ad essere viva, e stavolta la rivolta non sarà prerogativa dei giovani, non solo di loro. Ciao Iris. Grazie.


  2. quando ero piccolo avevo un incubo ricorrente. Sognavo che si aprivano voragini nel pavimento di casa. Allora scappavo, più veloce degli squarci. Via sulle scale, io scendevo e i gradini sparivano ma ce la facevo e arrivavo in strada…ma la strada spariva, fino a che non mi svegliavo spaventato, urlando. Ora il tuo pezzo, la tua riflessione finale a me ha fatto venire in mente questa cosa qua.Il tuo articolo mi fa pensare a un “di baratro in baratro” e penso sia così.

    grazie

    • Andrea Pomella Says:

      I sogni da bambini sono spesso profetici. Io sognavo ogni notte di essere inseguito da una scimmia orrenda. La scimmia si materializzava solo se mi addormentavo girato dalla parte del buio (dormivo con un abat-jour sempre accesa). Oggi se guardo verso il buio la scimmia ricomincia a corrermi dietro.

  3. Pinz Says:

    Non capisco e non accetto la violenza e la rabbiosità bestiale che ci degrada dalla nostra condizione privilegiata di esseri umani. Non capisco e non giustifico nemmeno il passamontagna e l’estintore brandito da C. Giuliani a Genova. Così come il colpo di pistola del suo carnefice, quello di Spaccarotella a Gabriele Sandri, il casco che ha sfondato il cranio di Alberto Bonanni e il lavandino lanciato dagli spalti che spaccò quello di Raciti, i picchiatori di Cucchi e i piccoli fascio-comunisti improvvisati di piazza del popolo a Roma in quel del 14 dicembre scorso. Per qualcuno avrò mischiato cose “molto diverse tra loro”, per me ,francamente, riguardo a tutti questi casi, vale il principio De Curtisiano della “livella”.
    Ho un’intera famiglia che opera nell’ambito militare e delle forze dell’ordine. Il livello di ignoranza (reciproca) riguardo ai due mondi, quello militare ed istituzionale e quello dei giovani e dei normali cittadini è qualcosa di abissale, lasciatelo dire a me che appartengo alla zona liminale tra questi due mondi. Esiste la violenza “giusta”? Ci mancano tanto gli anni di piombo, quella “sana” violenza rivoluzionaria? Stiamo dicendo che erano più “vive” le bestie di quel tempo, degli animali addomesticati di oggi? Non so, io non mi sento “zombi” solo perchè non esco a tirare sassi a un celerino insoddisfatto e sottopagato. Pasolini d’altra parte li aveva guardati negli occhi, da vicino, quei polizziotti,i veri figli dei proletari, ma anche quei fascisti e quei giovani borghesi che giocavano a fare la rivoluzione. Li ha guardati da vicino e li ha capiti, e li ha giudicati e forse è per questo che l’hanno fatto fuori. Intellettualmente. Con Pasolini penso sia morto lo spirito critico italiano, quello vero, adesso abbiamo solo gli Odifreddi e gli Asor Rosa, sorta di nani da giardino che tentano di essere Giganti. Per me la volontà popolare non è sacra e inviolabile, perchè c’è il rischio che quel “popolo” sia composto da gente gretta ed egocentrica, e allora la violenza popolare diventa tanto fascista quanto quella dello Stato.
    Da praticante di discipline marziali tradizionali credo nel principio della Forza piuttosto che in quello della violenza. La forza che ti fa essere ciò che devi e fare ciò che devi al momento appropriato, quella che ti fa andare in-contro, non contro, agli altri, quella che serve per abbandonare il tuo egoismo e dedicarti all’altro (sia che si tratti di un amico che di un nemico da affrontare). Credo nel cambiamento non attraverso i sassi, che rimane materia inerte tanto sul terreno, che sulla fronte di qualche povero cristo, ma attraverso il mio fare e pensare un mondo migliore. E il mondo inizia da me.

    “Gutta cavat lapidem, non vi, sed saepe cadendum”

    • Andrea Pomella Says:

      Pensa che la prima bozza di questo post cominciava così: “Non sono manicheo”. Poi ho scelto di fare una riflessione sul senso di fallimento che pervade una generazione (la mia). Ho scritto di quel filmato proiettato la settimana prima dei fatti di Genova per dire che nessuno era completamente innocente. In altri tempi e in altri luoghi (sul Fatto Quotidiano) ho scritto che quella del 14 dicembre a piazza del popolo è stata una follia (e mi sono beccato insulti e minacce). Come ha scritto di recente Gianni Cuperlo in una postfazione, a proposito dei fatti di quel 14 dicembre, “a migliaia consideravano gli agenti un filtro, forse inevitabile, tra loro e il nulla”. Credo che nessuna definizione di quella giornata sia andata così tanto in profondità. Gli “zombi” (la definizione è la tua, io ho parlato di morti, quelli che non resuscitano) sono coloro che hanno dimenticato, e non coloro che non se la sentono più di tirare un sasso a un poliziotto; c’è una bella differenza. Su Pasolini sono totalmente d’accordo con te.

  4. Pinz Says:

    “a migliaia consideravano gli agenti un filtro, forse inevitabile, tra loro e il nulla”
    Tremendamente efficace, quasi poetica, se la poesia può essere anche crudezza.

    Ho detto zombi perchè, in fin dei conti, pare che nonstante tutto deambulino per le strade, tra un rientro dal lavoro (?) e uno spento happy hour, residuo di speranza che la giornata possa prendere ancora una piega piacevole, fosse solo tra le 8,30 e le 22.
    Dico zombi perchè come ci mostra tutta la filmografia in merito, essi non fanno altro che, per l’appunto, deambulare. Camminano ma non cercano nulla, cercano ma senza un perchè se non quello di illudersi di acquisire un “cervello”, un senso critico che non hanno, da qualcun altro. I morti invece…. loro ricordano, eccome. Non a caso, certe volte, vengono di notte, ai piedi dei nostri letti, a ricordarci di non dimenticarli.


  5. “Il 20 luglio del 2001, a ventisette anni e dieci mesi, è finita anche la mia giovinezza.”, dici. Giuro che ieri stavo per scrivere esattamente le stesse parole, la sola differenza sarebbe stata l’età.
    Qualcosa s’è incrinato per sempre quel giorno: se è vero che i giovani “non vogliono più sentir parlare di quella storia” è anche vero che spesso, per chi c’era, è ancora difficile parlarne.
    Ed è ancora più difficile dimenticare.
    Un saluto


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