Poltrone massaggianti

Nel bagno c’è una finestrella quadrata grande come un tombino. Dentro ci sono io che mi faccio la barba alle sei meno un quarto della mattina. La luce è calda e opprimente, i gesti lenti, la mia faccia memorizzata nella mano che stende la schiuma da barba, che passa il rasoio. Ora sono fuori da quella finestra, mi guardo da fuori. Sono un piccolo essere annidato nel bagno di un appartamento di città. La schiena che si alza e si abbassa tranquillamente a ogni respiro, la faccia un po’ di sbieco riflessa nello specchio. È un’immagine inerte, che non fa paura. Sette ore e mezzo più tardi cammino con un’amica nei vasti corridoi di un centro commerciale. Passo davanti a un vecchio che dorme scomposto su una poltrona massaggiante a gettoni. Non sembra più nemmeno un uomo. La mia amica mi fa: “Stava qui pure ieri”. “Forse è morto e nessuno ci ha fatto caso”, rispondo io. Sogghigno come se fosse una battuta un po’ acida. Accanto al vecchio ci sono altre due poltrone massaggianti vuote. Di nuovo scocco un’occhiata alla mia amica. Lei mi guarda: “Ci sediamo anche noi?”, incurva un po’ le spalle. Per un attimo penso concretamente che si tratti di un invito a morire.

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