Perché apri gli occhi?

8 settembre 2011

Corro in discesa lungo una strada a tre corsie che porta dritta verso il centro di Roma. Respiro gli scarichi delle auto. La gente chiusa dietro i vetri mi osserva come se fossi un animale mitologico. Un uomo che corre è un’anomalia in questo inferno di macchine incastrate una dentro l’altra, in cui si passa ore fermi ad un semaforo in attesa che un’intelligenza collettiva districhi il groviglio del traffico. Mi circonda la musica nauseante dei motori, il riverbero delle carrozzerie al tramonto. Passo davanti ai tavolini di un bar, ci sono tre coppie sedute a sorseggiare oblunghi bicchieri di acqua tonica. Guardano anch’esse le macchine nel traffico, si godono lo spettacolo da questo punto di vista privilegiato. Appena una settimana fa le strade erano ancora perfettamente desolate, non c’era questa complicazione dell’aria, la città aveva riacquistato un aspetto umano. Succede al massimo per due settimane l’anno. In questo posto non esistono le stagioni. Il grigio della città è tanto profondo e diffuso che fa pensare che il tempo non trascorra mai. Si passa dal giorno alla notte, dall’estate all’inverno, dalla vita alla morte, sempre annodati in questo orrore. Io corro. Che è la circostanza perfetta per porsi delle domande. Perché – per esempio – apri gli occhi proprio adesso? Vuoi qualcosa? O forse ti annoi? O forse avresti preferito non vederla mai sotto questa prospettiva? Per caso ti sei accorto solo adesso che in fondo non è mai cambiata come volevi la tua vita?

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Una Risposta to “Perché apri gli occhi?”

  1. Angelo_M Says:

    Gabbie di opportunità. Sarebbe il motivo e al tempo stesso la condanna del vivere in città.
    La crisi economica, che spazza via le opportunità, al termine di una lunga fase di sofferenza, potrà rivelarci la gabbia entro cui ci siamo costretti?
    Spazio “allocato” a persona ridotto, certo, ma anche attesa al semaforo, necessità di prendere l’auto, evitare ore di punta o, al contrario, beccare i luoghi di aggregazione giusti.
    E da lì, seguendo la falsariga del tuo post, ci si rinchiude in stradari mentali preconfezionati, perché è lo stesso concetto allocativo di spazio suggerito dalla città che spinge a trovare “un posto”, e quindi un posto nella società, magari attraverso un posto di lavoro, in cui ciò che conta è la propria piccola celletta (il posto) e non l’attività in sé (il lavoro).


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