Gli anni Settanta non sono mai finiti

15 settembre 2011

Rifletto spesso sui motivi per cui la letteratura italiana si è dimostrata incapace di fare i conti con la propria storia recente. Dagli anni Settanta in poi l’attitudine degli scrittori italiani ad elaborare la storia è stata inversamente proporzionale alla loro propensione a seguire di volta in volta nuove mode editoriali. Al di là di pochi e isolati casi, per esempio, nessuno che abbia messo mano alla tragica epopea degli anni di piombo, un’epoca della nostra storia recente che, in astratto, avrebbe dovuto stimolare una produzione simile a quella che in Italia ebbe luogo alla fine della seconda guerra mondiale. E invece gli anni di piombo sono rimasti di pertinenza della storiografia, quanto alla letteratura essi rappresentano un enorme buco nero, un lutto troppo grande di cui nessuno riesce ancora a parlare. Le ragioni più immediate sono forse da ricercare nel grado di ideologizzazione che ancora nutre, direttamente o indirettamente, le posizioni di molti intellettuali attivi sull’attuale scena letteraria. Superare il piano politico per mordere il muscolo vivo della questione sembra essere tuttora un proposito inattuabile, nonostante la distanza storica, nonostante le innumerevoli trasformazioni che i partiti politici italiani hanno subito negli ultimi trent’anni, nonostante il postmoderno, la fine delle ideologie e la globalizzazione. Il poco che si è visto è venuto da autori nati proprio nel decennio degli anni Settanta, e che quindi hanno assorbito quelle vicende come il latte materno, comprendendone compiutamente le circostanze soltanto in età adulta. L’idea che mi sono fatto è che quegli anni non sono mai veramente finiti, che quella violenza è rimasta nell’aria come una polvere sottile che ci ostacola il respiro, che una costante nelle diverse generazioni di italiani che si sono susseguite è il dividersi tra destra e sinistra in una guerra civile latente che non ha nulla a che fare con una normale dialettica politica, e che la letteratura – in quanto specchio della realtà – non ha potuto far altro che registrare questa paralisi, questa apoplessia della storia.

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5 Risposte to “Gli anni Settanta non sono mai finiti”


  1. Abbiamo assistito solo ad alcuni esempi di trasposizione epica (qualche romanzetto, molto cinema, “scamarciate” varie…). Se l’epoca non è finita è perché non sono finite le condizioni socio-politiche ed economiche che l’hanno caratterizzata…


  2. Mi fai tornare in mente quel che va dicendo spesso un mio collega: “dove cazzo eravate voi negli anni settanta” e “voi non avete capito un cazzo degli anni settanta”. Naturalmente, prendiamo spesso in giro il collega in questione, soprattutto, per la ripetitività delle frasi e dei racconti con cui le accompagna; ma ho sempre pensato che avesse ragione, e se questo ragionamento lo applichiamo alla letteratura arriviamo più o meno al punto in cui ci porti tu,

    grazie

  3. elisabetta Says:

    Erano anni in cui tutto era troppo intenso e forte e coinvolgente per fermarsi e scriverne storie o romanzi. Forse c’era la vita violenta che si prendeva tutto il tempo disponibile, quegli anni erano pieni di tutto, di troppo e talvolta non si sapeva nemmeno da che parte guardare. Chi li ha vissuti non ha avuto il tempo di raccontarli scrivendo, semmai lo ha fatto dopo, anni dopo, quando quegli anni erano diventati solamente un ricordo e , come si sa, la nostra memoria modifica sempre l’efficacia del ricordo.
    elisabetta.


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