Un romanzo di cinque milioni di pagine

11 novembre 2011

Allora, riflettevo sul rapporto tra scrittura e tempo. In una maniera avulsa dai tecnicismi dirò che riflettevo sulla possibilità di far coincidere esattamente il tempo cronometrico col tempo narrativo. Detto in soldoni, io leggo un testo che racconta dei fatti, il tempo che io impiego a leggere le singole azioni è il tempo in cui nella realtà si compirebbero quelle azioni. Ancora più in soldoni, si tratta di sincronizzare fiction e realtà, di abolire il tempo dilatato, di trasporre la finzione e la sua durata nell’atto della lettura (e quindi nella propria vita fisica). Stirando al massimo questo concetto di fondo, immagino uno scrittore talmente compreso e assorbito nel suo ruolo da avere in mente un’idea abbastanza malsana, che potrebbe essere quella di sostituire la propria vita con la scrittura di fatti inventati che però accadono (nella scrittura) a un tempo reale. Faccio un esempio: per descrivere il momento in cui un personaggio impugna una pistola e spara, questo scrittore psicopatico non si dilungherà in frasi tipo “… sollevò la pistola e premendo il grilletto sentì uno schiocco riprodursi verso l’alto, e poi l’azione del rinculo che, data la sua imperizia, quasi lo scaraventò a terra…”. No. Piuttosto, per far coincidere esattamente il tempo della finzione con quello della realtà, lo scrittore psicopatico non potrà scrivere altro se non “… sparò” (ammesso che il tempo che io lettore impiego a leggere, comprendere e riprodurre vocalmente la parola “sparò” sia esattamente il tempo in cui si realizza l’atto dello sparo, ma sarete d’accordo con me nell’accettare un certo grado di approssimazione), del resto l’avarizia del tempo reale in cui accadono le cose del mondo non consente di soffermarsi a descrivere cose del tutto secondarie come le reazioni psicologiche dell’uomo con la pistola, il colore dei suoi pantaloni, la persona o la cosa contro cui ha preso la mira, il fatto che sia una giornata di pioggia o di sole o del diavolo che volete, eccetera. E così facendo lo scrittore in questione potrebbe, in linea del tutto teorica, passare tutte le ore della sua giornata a scrivere fatti che vanno alla cadenza del mondo vero, fino a produrre uno sterminato romanzo di cinque milioni di pagine per un lettore che, a sua volta, passerà tutte le ore della sua giornata e della sua vita a leggere questo monstrum espanso, questo prodigio narrativo che ha l’ambizione di sostituirsi, non solo metaforicamente, alla vita del lettore. Ecco, riflettevo su questo.

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Una Risposta to “Un romanzo di cinque milioni di pagine”

  1. libera Says:

    Nella realtà non sarebbe mai possibile scrvere, neanche se in forma diaristica, la storia di una vita in sincrono con il suo svolgersi quotidiano. E meno male. Sai che noia mortale sarebbe per chi scrive e soprattutto per chi legge!?!?
    Riflessione, la tua, decisamente curiosa ma simpatica.


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