Ecco, posso volare

29 novembre 2011

Nelle prime ore del mattino ho letto su Repubblica, a firma di Simonetta Fiori, il racconto della morte di Lucio Magri avvenuta in Svizzera nella forma del suicidio assistito. Mi è venuto subito in mente un romanzo dell’anno scorso, La carta e il territorio, di Michel Houellebecq, in cui a un certo punto c’è la descrizione degli uffici che ospitano, nella periferia di Zurigo, l’associazione per l’eutanasia Dignitas, un luogo in cui il protagonista del racconto va a cercare i resti del padre fuggito da Parigi per procurarsi un’onesta morte. Houellebecq, nello stesso capitolo, mette in contrasto gli uffici affollati della Dignitas col sontuoso ma semideserto edificio del bordello Babylon FKK Relax-Oase che sorge sulla stessa strada, fino a considerare che forse “il valore commerciale della sofferenza e della morte era diventato superiore a quello del piacere e del sesso”. Il racconto della fine di Lucio Magri è violentemente simbolico. L’immagine degli amici e dei parenti radunati nel salotto di casa, in attesa di una telefonata definitiva dalla Svizzera, è l’allegoria potentissima di un fallimento, il naufragio finale delle ragioni storiche che hanno sostenuto per decenni una lotta e che soccombono fatalmente di fronte a una realtà politica e sociale di tutt’altro corso, a cui forse mancava solo la certificazione di un medico eutanasista. Nell’introduzione a Il sarto di Ulm – Una possibile storia del Pci, Lucio Magri ha scritto: “In una delle affollate assemblee che dovevano decidere se cambiare nome al Pci, un compagno rivolse a Pietro Ingrao una domanda: «Dopo tutto ciò che è successo e sta succedendo, credi proprio che con la parola comunista si possa ancora definire un grande partito democratico e di massa come siamo stati, ancora siamo e che vogliamo rinnovare e rafforzare per portarlo al governo del paese?». Ingrao, che già aveva ampiamente esposto le ragioni del suo dissenso da Occhetto e proposto di seguire un’altra strada, rispose, scherzosamente ma non troppo, usando un famoso apologo di Bertolt Brecht, Il sarto di Ulm. Quell’artigiano, fissato nell’idea di apprestare un apparecchio che permettesse all’uomo di volare, un giorno, convinto di esserci riuscito, si presentò al vescovo e gli disse: «Eccolo, posso volare». Il vescovo lo condusse alla finestra dell’alto palazzo e lo sfidò a dimostrarlo. Il sarto si lanciò e ovviamente si spiaccicò sul selciato. Tuttavia — commenta Brecht — alcuni secoli dopo gli uomini riuscirono effettivamente a volare”.

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2 Risposte to “Ecco, posso volare”

  1. Elisabetta Says:

    Ma come si fa a partire per morire?

  2. iraida2 Says:

    Ho letto anche io stamattina l’articolo di Simonetta Fiori, ne sono rimasta profondamente turbata per il significato che quella morte ha in sè. E’ stato per me come prendere coscienza una volta per tutte, e definitivamente, che un mondo di ragioni, di ideali, di tensioni, non avesse più motivo di esistere ancora. Il PCI è stato, per tutta la mia adolescenza e gran parte degli anni a venire, la casa dove ho appreso il senso dell’appartenenza, dove ho costruito pian piano quelle inclinazioni e strutture mentali che hanno formato la mia individualità, dove ho imparato ad interrogarmi sulla giustizia sociale, la libertà, l’autonomia di pensiero, dove ho capito che ognuno di noi può essere determinante per il futuro della società in cui vive solo se studia e lavora, dove ho acquisito il coraggio di esprimere scelte ed emozioni da donna libera.
    Oggi è un giorno molto triste per me.


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