Il nazionalismo degli editori italiani

Gli editori italiani preferiscono gli autori italiani. Questo è un dato di fatto, lo si deduce esaminando i cataloghi delle case editrici. Ciò avviene a dispetto della conclamata crisi della letteratura italiana contemporanea. I grandi gruppi editoriali scelgono di pubblicare libri di autori italiani, tra cui molti esordienti, imponendoli sul mercato, costruendo un circuito di valutazione autoreferenziale in cui si mettono in risalto nomi e tendenze, senza che tutto questo vada a confrontarsi con una critica seria. Gli autori italiani all’estero non esistono, eppure i giornali riconoscono a taluni scrittori dimensioni da star planetaria. Le case editrici, soprattutto le grandi, pubblicano sempre meno testi tradotti. Ciò ha una spiegazione molto semplice: pubblicare un libro in traduzione costa di più e richiede più lavoro. Spingere quel libro, magari invitando in Italia l’autore straniero per fare cicli di conferenze e presentazioni, costa ancora di più. In questo modo, tuttavia, il paese si chiude in uno sterile nazionalismo. Quando si ha un mercato editoriale che non importa ciò che si pensa nel resto del mondo ma che si concentra quasi esclusivamente sulle proprie voci dall’interno, ciò ha un effetto. L’effetto non è solo sulla letteratura che si fossilizza, è sulla società e sulla circolazione complessiva delle idee.

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5 commenti
  1. Quello che dici è vero ma è giusto concentrarsi sugli scrittori nostrani vista la troppa offerta di titoli stranieri che ci sommerge. Anche noi esistiamo e siamo bravi, e per fortuna se ne sono accorti. Poi, che gli scrittori italiani siano poco diffusi all’estero a parte qualche nome intoccabile, è vero. Ma tradurre costa ( eppure tanti autori stranieri vengono tradotti e sembra vada bene così). Una fase di transizione? Non è forse questo fenomeno dovuto ad un certo spirito elitario che contraddistingue la nostra letteratura? A volte lo penso. In fondo se l’editoria si concentra su ciò che ha in casa propria non la vedo una brutta cosa, sebbene i rischi dell’autoreferenzialismo e di uno sterile nazionalismo ci siano senz’altro. Ma vedremo cosa accadrà, in fondo meglio tentare che non tentare affatto sottovalutando i nostri bravi autori. E ne abbiamo parecchi.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Io, Federica, mi concentrerei sulla qualità, mentre sembra che oggi “scrittore italiano” sia diventato una specie di marchio DOP. Gran parte della narrativa italiana contemporanea non è il prodotto di un’identità nazionale, non parla di “noi”, usa un linguaggio artefatto, non incide. Lo dimostra il fatto che questa letteratura non esce dai confini italiani. Se si applicasse un principio di concorrenza leale con gli autori di altri paesi credo che sparirebbero dagli scaffali nove decimi dei romanzi italiani che oggi si vendono nelle librerie.

  2. Bisogna leggere in inglese! Sempre di più sarà indispensabile adattarsi alla fatica di avvicinarsi ai testi in lingua (anche perchè le traduzioni spesso sono pessime, senza nulla togliere ai poveri traduttori che vengono sottopagati e hanno delle scadenze tremende).
    Condivido comunque la tua preoccupazione per una chiusura all’interno dei nostri confini, ma più che una minaccia dall’alto io la vedo partire dal basso. Nelle persone che non hanno voglia di ampliare la propria cultura, che nel proprio tempo libero vogliono solo “rilassarsi”, che senza lottare cadono vittima di tutte le imposizioni del mercato.
    Mi rendo conto di aver buttato giù un discorso un po’ confuso, deve essere perchè non è chiaro nemmeno nella mia testa, ancora ^^
    Grazie della riflessione, che al solito offre spunti interessanti

    • Andrea Pomella ha detto:

      Hai ragione, ma non tutti i libri del mondo sono scritti in inglese. Ce ne sono anche in cinese, in portoghese, in svedese, in arabo…

      • Ma gli americani li traducono… credo…

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