Tutta la vita passata in un cappotto

Roma spogliata, i cartelli sulle vetrine dei negozi, “svendo tutto per cessata attività”, tre bambini che lanciano coriandoli nel nulla. La realtà è questo, niente di più, molto di meno. La domenica mattina porto a spasso mio figlio, è un giorno nuvoloso e pacifico, ci sono le donne anziane del quartiere che passeggiano lentissime sui marciapiedi, c’è il caffè sorseggiato sui tavoli all’aperto, io penso che questa è la mia città, e pur nella sua insignificanza deve essere assolutamente descritta da un testimone competente. Io non sono un testimone competente. I troppi anni che ho vissuto qui mi hanno rovinato la visuale, per questo vorrei essere un viaggiatore che arriva dall’altro lato del mondo. È talmente cambiata in peggio, questa città, da che me ne ricordo. Incontro il mio vicino di casa, ha il solito cappotto nero. Anch’io ho un cappotto nero. È la terza volta stamattina che lo vedo uscire, e ogni volta è come se fosse la prima di giornata. Guarda il bambino, dice: “Com’è cresciuto”. Il vicino va verso gli ottanta, ma ha ancora uno sguardo scaltro e rapace. La vita gli è passata tutta dentro quel cappotto, è una verità, e vale per lui quanto per la città, una verità che al momento mi sembra innegabile.

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