Scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio

3 febbraio 2012

La pioggia sgocciola nel cortile interno, dal rumore che fa sembra che ci sia qualcuno dietro la finestra che pronuncia incessantemente la parola “luppolo”. Sono le cinque del mattino, stringo i denti e mi rendo improvvisamente conto che riesco a pensare con inusuale chiarezza. Ho appena finito di sognare. I sogni che faccio negli ultimi tempi hanno ambientazioni metafisiche, lunghe piazze avvolte nel silenzio, popolate dai resti di architetture classiche. In queste piazze dei miei sogni aleggia sempre la figura di Mussolini, è un Mussolini in versione moderna. In uno degli ultimi sogni c’era una tribuna su cui erano allineate le facce di uomini politici italiani degli ultimi quarant’anni: Andreotti, Craxi, Forlani, Zanone, Spadolini. C’era perfino Berlinguer. Erano tutti in fila, con le facce tetre, grigie, come nella tela di Guttuso con i funerali di Togliatti. Mussolini parlava e loro ascoltavano in silenzio. In sottofondo si sovrapponeva la voce di Paolo VI. Mussolini parlava di Aldo Moro. Anche Paolo VI parlava di Aldo Moro. In quella cupa, deserta e mostruosa città degli immortali io ero seduto in disparte. Dev’esserci una specie di inconscio politico collettivo, labirinti e specchi, metafore dell’infinito. Borges diceva che scrivere non è niente più di un sogno che porta consiglio. E i sogni sono indefinibili, forse, perché infiniti.

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