La Grecia è il nostro fantasma del padre

13 febbraio 2012

Se fossi un editore italiano oggi mi preoccuperei di andare a reperire testi di scrittori greci contemporanei che raccontino quel paese all’ombra del massacro sociale. La letteratura greca, pure vitale, è scarsamente tradotta in Italia, a eccezione della poesia, di conseguenza non conosciamo, a parte gli specialisti della materia, quale sia il punto di vista degli scrittori sulla crisi che proprio in queste ore sta portando un intero popolo alla resa dei conti. È probabile che qualche editore nostrano si stia già muovendo in questa direzione, perlomeno è quello che mi auguro. I passaggi epocali della storia di una nazione vanno sempre documentati in letteratura. E noi abbiamo un interesse ravvicinato a capire, attraverso la letteratura, come l’opera di strozzinaggio delle banche mondiali ai danni di milioni di inermi cittadini penetri all’interno dei tessuti sociali e li deformi. Un interesse ravvicinato, perché la Grecia di oggi è il nostro incubo più angosciante, il nostro fantasma del padre.

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8 Risposte to “La Grecia è il nostro fantasma del padre”

  1. Laura Branchini Says:

    D’accordissimo su tutto. Aggiungerei anche che la Grecia stessa fatica a elaborare la propria storia, la ferita dell’epoca dei colonnelli è stata coperta senza troppe attenzioni. Anni fa cercai testi sul periodo girando per svariate librerie di Atene e incontrai ripetute reazioni di fastidio e chiusura, anche in ambienti colti o che avrebbero dovuto esserlo. La rimozione dalla coscienza di fatti così pesanti penetra per l’appunto in profondità nel tessuto sociale, e diventa radice di altre deformità future. Provate a fare una ricerca sul tema: pochissimi testi, per lo più in lingua inglese; in italiano direi nulla. La poca letteratura neogreca che contenga riferimenti agli ultimi cinquant’anni della propria storia, tradotta in italiano è per l’appunto quella proposta dall’editore Nicola Crocetti, con poca diffusione e visibilità, purtroppo. Per non parlare dei saggi storici. Nulla del processo di riacquisizione della memoria attivo da decenni in Argentina ha luogo qui in Europa per le storie che sono avvenute (quasi) sotto i nostri occhi. Continueremo così??

    • Andrea Pomella Says:

      Io dico spesso che una forma di rimozione simile è avvenuta in Italia – specificamente in letteratura – per gli anni di piombo. Credo dipenda dall’incapacità collettiva di elaborare un lutto, anche se le ragioni sono spesso inspiegabili (nel dopoguerra, per esempio, siamo stato abilissimi a raccontare il fascismo).

      • Laura Branchini Says:

        Ci ho spesso pensato anch’io, al perché il fascismo sia stato così abbondantemente riferito e indagato, mentre altre parti della nostra storia sono state tacitate. Molto dipende dal processo di legittimazione dei protagonisti della storia: quando una parte risulta sommersa dalla clandestinità, dall’ombra dell’illegalità, la coscienza collettiva è facilmente agganciata dalla paura, e la rimozione scatta inesorabilmente; difficile poi superarla. Nel caso degli anni di piombo si dovrebbe raccontare una storia che oppone singoli individui o piccoli gruppi armati in opposizione ad un’istituzione, questo almeno è il quadro di riferimento difficile da rompere. Come reinserire altre sfumature, come raccontare che il sistema ideologico permeava ampi strati della società, e che l’istituzione dello Stato, sempre presentata come vittima, era in realtà anche ambivalente, occulta e aggressiva, senza sentire che si sta passando per fanatici? Apparentemente mancano addirittura i documenti, e questo è un fatto di per sé anomalo, che dovrebbe far riflettere, e che mi riporta alla questione della Grecia. Grazie per questo scambio, è importante non sentirsi soli in certe riflessioni.

  2. Laura Branchini Says:

    P.S. Rileggo quanto ho appena scritto e mi rendo conto che non parlo di letteratura in maniera diretta. Ora mi viene in mente comunque un bel testo, meno conosciuto di quello di Pennacchi, pubblicato da Derive e Approdi anni orsono: L’ultimo sparo, di Cesare Battisti (sì, lui). Siamo comunque lontani da una grande letteratura, perchà il taglio mi sembra troppo strettamente autobiografico.

    • Andrea Pomella Says:

      Testimonianze dirette non mancano in letteratura, o pseudo tale. Quello che manca a mio avviso è un’elaborazione artistica. Credo dipenda principalmente dal fatto che non ci siamo ancora liberati da certe scorie ideologiche, e nessun autore vivente riesce ancora oggi a fare a meno di leggere quell’epoca con un approccio, appunto ideologico.


    • Penso che rispetto agli anni ’70 molto piu’ massmediatizzati siano gli anni ’80.Se gli anni ’70 sono stati demonizzati,gli anni ’80 sono invece stati incensati…Questo probabilmente perche’ cio’ che tu hai definito lo strozzinaggio delle banche è nato in quel periodo…come a dire gli anni ’80 hanno teso a ripetersi ma la scena era sempre piu’ decadente ed impoverita.E’ evidente che negli anni 80 c’è stata un fondamentale cambio di mentalita’ (bene espresso da Jonathan Coe per quanto riguarda l’Inghilterra ne la Banda dei Brocchi-La famiglia Winshaw-Il circolo chiuso).
      Per quanto riguarda un punto di vista letterario su anni 70 ed 80 si puo’ trovare in Q.dei Wu Ming.Anche se la cosa non è del tutto evidente perchè il libro in questione è apparentemente ambientato nel 500…
      Sempre Wu Ming hanno aperto éla domanda di come creare una nuova forma letteraria che provi a parlare del nostro passato ricreando il genere epico …
      Ma tornando alla Grecia poco effettivamente sta arrivando da li’…credo che questa sia anche in parte una scelta.La Grecia deve sembrare povera arretrata s4enno’ non entra nella immmagine che gli si è costruita ad arte

      • Andrea Pomella Says:

        Il punto è: se Wu Ming fa un manifesto e lo chiama “New Italian Epic”, allora nel mondo editoriale diventa legittimo parlare del passato in un certo modo (con distopie eccetera eccetera). Io ho provato a proporre qualcosa in questo senso prima del famoso manifesto. Le risposte erano invariabilmente le stesse, “peccato, qui non si parla del presente, bisogna scrivere del presente”. Questo per dire che la letteratura risponde sempre a una domanda che è in primo luogo commerciale, ed è una questione che non va mai dimenticata quando ci chiediamo perché non leggiamo determinate cose piuttosto che altre.


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