Il male italiano

19 marzo 2012

Secondo l’Atlante Politico realizzato da Demos per Repubblica un’eventuale lista Monti sarebbe al momento il primo partito e otterrebbe il 24 per cento dei consensi. Ilvo Diamanti su Repubblica di oggi, a commento di questo dato, inizia il suo pezzo così: “Sulla scena politica italiana del nostro tempo si confrontano partiti senza leader (autorevoli) e un leader senza partiti”. In realtà a me sembra che sulla scena politica italiana attualmente non si confrontino partiti, e non da oggi, né da quando, quattro mesi fa, Monti è stato chiamato da Napolitano a salvare la nave che affonda. I partiti politici, intesi come libere associazioni tra individui che hanno una comune visione su temi fondamentali della gestione dello Stato e della società, hanno perduto il loro ruolo fondamentale, che consisteva nel rappresentare una “casa possibile” delle idee in cui ogni elettore poteva trovare cittadinanza. Oggi la casa delle idee è rimessa a singoli leader nei quali si cercano, di volta in volta, affinità, analogie, o semplice empatia. Va da sé che si tratta di una regressione culturale che mina le fondamenta della stessa democrazia. Quello che voglio dire è che la politica non muore oggi con un sondaggio che dà come primo partito d’Italia un partito che non esiste ma che solamente si vagheggia intorno alla figura di un uomo che non fa nemmeno il politico di mestiere. La politica muore un ventennio fa, muore con tangentopoli, con l’ascesa di Berlusconi, con la condanna collettiva della partitocrazia (la parolaccia credo più usata della seconda repubblica). Un dato come quello proposto da Demos vuol dire che il berlusconismo non ha insegnato niente a questo paese, che nonostante l’evidente fallimento del modello leaderistico l’elettorato continua a incapricciarsi dei salvatori della patria, il male da cui l’italiano non guarisce e – temo – non guarirà mai.

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2 Risposte to “Il male italiano”

  1. guido mura Says:

    L’ossessione leaderistica che ha colpito l’Italia alla fine del Novecento e che ancora oggi l’attanaglia non è un fenomeno autoctono, di origine mussoliniana per intenderci, ma una conseguenza dell’assorbimento del modello americano da parte della cultura del nostro Paese. L’accettazione supina o addirittura la ricerca ossessiva del leader, del capo, del responsabile ha permeato la cultura del mondo del lavoro. Persino nei singoli uffici pubblici la normativa degli ultimi decenni ha dato vita a una struttura basata su un dirigente, superpagato e responsabile unico, rappresentante dello stato-padrone, che domina su un gregge di impiegati-lavoratori. La CGIL non ha accettato nemmeno la figura del vicedirigente, che avrebbe temperato quest’assetto monarchico. Dovunque si sente parlare di capo, di carisma, poco ci manca che si arrivi alla monarchia per diritto divino (ma ci siamo andati vicini). Personalmente, devo dire che ai leader preferisco i Lieder.

    • Andrea Pomella Says:

      C’è però una differenza che io trovo abnorme tra il modello americano e il leaderismo italiano. Negli USA dietro ai leader ci sono partiti solidi, con tradizioni secolari. I leader emergono da competizioni interne ai partiti, sono il risultato di un processo politico. In Italia ci sono entità ectoplasmatiche incapaci di mantenere lo stesso nome per due tornate elettorali consecutive e i leader nascono fuori dalla politica.


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