Pallavolo

La mattina arrivo presto a lavoro, troppo presto. Gli uffici sono ancora chiusi, così resto in macchina, in un parcheggio, a guardare la periferia, il primo sole che scalda file interminabili di palazzi. Una mattina ho parcheggiato davanti a un campo di pallavolo. È il campo della chiesa, ma ha tutta l’aria di essere ormai inservibile, ci sono grosse crepe che lo solcano da parte a parte, nelle crepe ci cresce la gramigna, la rete è bucata in vari punti, c’è perfino una piccola tribuna tutta scassata, poteva ospitare al massimo una decina di persone sedute ben strette. Così, sentendo ancora il viso caldo di sonno, mi sono messo a guardare il campo di pallavolo, a immaginare partite accanite, schiacciate mirabolanti. Ho aspettato che passassero i minuti, e sul campo non si è visto nessuno. Neppure nel parcheggio, almeno finché non sono sceso dalla macchina, a quel punto mi è venuto incontro un tizio con una tuta acetata grigia, doveva essere il prete della chiesa. Era alto di statura e portava un paio di occhiali che gli davano una tremenda aria da cattedratico in rovina. Mi ha guardato con una faccia diffidente, io ho detto buongiorno. Lui non ha risposto. È stato questo, il fatto che lui non ha risposto al mio saluto, il motivo per cui non gli ho proposto una partita di pallavolo, lì per lì, all’alba, io contro lui, il miscredente contro il prete.

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