Che lo scrittore sia fedele almeno a se stesso

I libri che leggo più volentieri sono quelli in cui l’autore assomiglia a se stesso. Cioè sono i libri in cui l’autore non si impone la disciplina monastica di assomigliare alla lingua di qualcun altro, o peggio alla lingua in voga in un’epoca massificata. In questi libri io sento la voce dell’uomo che racconta, sento la verità inequivocabile del suo pensiero. Ciò non vuol dire che amo i libri dalla prosa colloquiale, ci sono scrittori che scrivono in un linguaggio colto e ricercato, un linguaggio che tuttavia non diventa mai stucchevole poiché rappresenta la verità di un pensiero e di un modo di essere propri di quello scrittore. I libri migliori sono dunque quelli in cui la lingua appartiene allo scrittore e non quelli in cui lo scrittore si mette al servizio di una lingua. Ho letto qualcosa a tal proposito negli otto consigli di Kurt Vonnegut Jr. per scrivere con stile. Questo, per esempio: “Io sono cresciuto a Indianapolis, dove il linguaggio comune sembra una sega a nastro che taglia lo stagno galvanizzato, e si serve di un vocabolario tanto disadorno quanto una chiave inglese. […]Io stesso trovo che la mia scrittura è molto più convincente, e anche gli altri sembrano di questa opinione, quando do l’idea di essere in tutto e per tutto una persona che viene da Indianapolis, che è ciò che sono. Che alternative ho?”. Il punto non è tanto che Kurt Vonnegut Jr. scriva come uno che viene da Indianapolis, e quindi usando il vocabolario disadorno che evidentemente è tipico di quelle parti. Il cuore nevralgico della questione sta quando dice che quel linguaggio “è ciò che sono”. Non voglio dire nemmeno che la faccenda debba ridursi a una semplice trasposizione della lingua parlata, ossia di quella appresa da bambini e usata regolarmente ogni giorno della nostra vita e quindi magari infarcita di locuzioni dialettali. Io parlo della lingua del pensiero, della coscienza, dell’anima. Ecco, allora. Una delle regole auree che seguo quando leggo e giudico un libro è questa, che lo scrittore sia stato fedele almeno a se stesso.

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2 commenti
  1. Elisa ha detto:

    E’ giusta questa tua riflessione. Ma se ci imbattiamo in abili fingitori di parola? Attori della prosa? Potrebbero essere abili pur non essendo del tutto limpidi nel riproporci sè stessi o le loro origini.
    Poi mi incuriosisce sapere qualche nome che ti da la sensazione di non essere fedele a sè stesso, se puoi e vuoi.

    • Andrea Pomella ha detto:

      Un nome? L’ho scritto qualche post fa, Alessandro Piperno per esempio.

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