Gli anni Novanta sono una condizione mentale

28 maggio 2012

Gli anni Novanta sono stati nichilismo, rifiuto, autodistruzione, oscurità, ipnosi. Almeno io così me li ricordo. Se dovessi dire che sono stati anni bellissimi è solo perché hanno coinciso con i miei vent’anni e, come cantava Ivano Fossati, “non ho mai tradito la mia giovinezza nemmeno una volta in vita mia”. Qualche sera fa riguardavo in tv L’odio di Mathieu Kassovitz, e pensavo a quanto fosse indovinata la scelta del bianco e nero (gli anni Novanta erano in bianco e nero, non c’è dubbio), poi pensavo anche che gli anni Novanta non sono una categoria temporale, che non si possono cioè rinchiudere entro due termini cronologici, 1990-1999, ma che forse rappresentano qualcosa che va oltre, qualcosa che riguarda una specie di stato d’animo collettivo. Ogni volta che passo davanti alla borgata in cui sono cresciuto, che rivedo quei grumi di palazzi abbarbicati su un colle all’estrema periferia di Roma, ogni volta che sento dentro di me una pulsione ribelle che si sfoga nel pensiero di una resa autodistruttiva (noi che siamo stati ventenni negli anni Novanta non possiamo contemplare una forma di ribellione che non passi attraverso l’offesa del proprio corpo), ogni volta che succede questo penso la stessa cosa, penso che gli anni Novanta non sono un decennio, ma sono una condizione mentale dell’uomo e della società.

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Una Risposta to “Gli anni Novanta sono una condizione mentale”

  1. iraida2 Says:

    I miei vent’anni hanno coinciso con gli esaltanti e terribili anni settanta, ai quali, sicuramente si addice il bianco e nero, non fosse altro che per gli estremi contrasti che li caratterizzarono: la vile uccisione di Salvador Allende ma anche la fine della dittatura in Portogallo, la guerra del Kippur e il riconoscimento dell’OLP…. In Italia stragismo e brigatismo ma anche leggi come il divorzio, la 194, il diritto di famiglia, lo statuto dei lavoratori, i decreti delegati …. Nel nostro vocabolario, “pulsione ribelle”, era insofferenza, disubbidienza, contestazione e si sfogava nei confronti della prevaricazione, dell’ipocrisia e delle ingiustizie sociali. La quasi totalità dei miei coetanei disapprovava la violenza e, in special modo, quella brigatista. E poi c’erano quelli che impugnavano le armi e uccidevano in nome di un’oscura giustizia. Ma ancora oggi, quando si parla degli anni settanta, mi sconcertano certe semplificazioni che tendono a generalizzare frettolosamente.
    Per questo non sono sicura che gli anni settanta possano essere considerati una condizione mentale.


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