“Una narrazione delicata e appassionata dei nostri giorni”. Sandra Bardotti su Wuz.it

19 giugno 2012

“Nell’uomo l’idea che esista una possibilità di essere felici si dilata fino a diventare inafferrabile. Vaghiamo come in un infinito castello di Atlante, il palazzo incantato che compare nell’Orlando Furioso, dove Ariosto rappresenta un immenso labirinto in cui ciascuno insegue il proprio sogno, l’illusione di una felicità perpetua. Dovremmo forse capire, una volta per tutte, che la felicità non è il sogno. È il labirinto”.

Non immaginate quanto sia interessante e piacevole questo libro di Andrea Pomella che esce per Laurana nella collana Dieci mentre viviamo in un momento in cui il peso della crisi si riversa quotidianamente sulle nostre teste e sulle nostre scelte. Si presenta con un titolo deciso e risolutivo, di quelli da manuale, da cui ci aspettiamo una serie di consigli pratici ed esempi da seguire per raggiungere l’obiettivo preposto e migliorare la nostra esistenza. Sono tanti i libri che promettono di cambiarci la vita offrendo facili soluzioni per assestare o triplicare gli zeri del nostro conto in banca in questo triste periodo di recessione economica. Sono tanti perché ci è stato insegnato che la felicità sta nella ricchezza. Sono tanti perché il modello capitalistico che oggi è sull’orlo del collasso ha dedicato i suoi anni migliori a convincerci che la povertà è una vergogna, e che la dignità si misura attraverso il possesso di beni e di potere.

Questo libro è diverso. Il titolo lo mette subito in chiaro: stavolta quello a cui si mira non è imparare a difendere o accrescere la propria ricchezza economica, bensì l’esatto opposto. Qui troverete 10 modi per imparare a essere poveri ma felici. Attenzione: l’intelligente lavoro di Pomella non vuole assolutamente affermare che la felicità sta nella povertà. O almeno, non nella povertà che è storicamente frutto di un’imposizione sociale, bensì nella povertà che sia scelta, frutto di una deliberata ribellione alle infinite e vorticose pseudo-necessità e ai nuovi bisogni che ci impone la macchina capitalista. “Una povertà che rifiuta il totem dello sviluppo a tutti i costi, della crescita come feticcio, e insieme della volontà tentacolare di un consumo infinito che consuma se stesso, consuma la Terra medesima, ed è desiderio che si consuma”, come spiega Marco Rovelli nell’introduzione. La povertà così intesa, decisa, sarà dunque una liberazione da imposizioni e modelli culturali che in realtà ci rendono schiavi del consumo e del profitto a tutti i costi.

Allora forse potremmo accorgerci che non riusciamo a vedere l’uscita del tunnel semplicemente perché stiamo guardando dalla parte sbagliata, da una prospettiva distorta. E che la crisi economica può essere un’occasione per ripensare al modo in cui viviamo, per ridimensionare l’importanza del denaro e riscoprire il senso profondo dell’esistenza.

La povertà non ha niente di affascinanante. E la miseria – la più grande ingiustizia sociale di tutti i tempi – è inaccettabile. Quindi non si perderà tempo a cercare di indorare una pillola amara per tutti coloro che prima conducevano una vita normale, senza particolari preoccupazioni finanziarie, e oggi si trovano ad appartenere alla categoria dei cosiddetti “nuovi poveri”. Ma anche se non ci troviamo in una condizione di indigenza non dobbiamo pensare che la cosa non ci riguardi: l’evoluzione degli ultimi tempi ci insegna non solo che saremo tutti relativamente più poveri, ma soprattutto che c’è bisogno di un cambiamento radicale del nostro modo di pensare e vivere, se vogliamo uscire da una crisi non certo occasionale ma “sistematica” come quella che stiamo attraversando. L’era della felicità promessa attraverso l’acquisto e il consumo dei prodotti avrà fine o evolverà in qualcosa di diverso. Da questo momento, dunque, è il caso che impari a essere povero, e per farlo devo compiere una vera e propria impresa culturale. Dovrò farmi povero, come Gesù, per riscoprire il valore e la bellezza della vita.

Il viaggio di Andrea Pomella parte dall’attenta analisi del mondo che ci circonda, della realtà che per lungo tempo il “miracolo economico” ha offuscato quando non addirittura negato, del superfluo di cui ogni giorno ci circondiamo e crediamo di non poter fare a meno, delle disuguaglianze che dividono. Ci imbatteremo in storie di povertà diffusa e nascosta, di ingiustizie sociali e disagi che coinvolgono persone “normali, giovani, immigrati, che non ci faranno più guardare nello stesso modo le persone che ci circondano.

La scoperta della cultura e dell’etica della povertà ci riporterà alla semplicità, alla creatività, ai buoni valori che pure portiamo inscritti nel DNA del nostro popolo. Sono risorse di cui una società che punta solo al profitto non sa che farsene, ma che possono essere la forza e la salvezza delle società povere. In fondo tutti siamo stati relativamente poveri, almeno in un certo periodo della nostra vita. Quando eravamo bambini e adolescenti nullatenenti, ad esempio, pur vivendo all’apice della società dei consumi, avevamo un rapporto diverso con gli oggetti. Forse riscoprirlo ci renderebbe più consapevoli, maturi e critici: più felici e orgogliosi di quello che siamo.

Illuminante anche l’analisi del rapporto amoroso-morboso che abbiamo sviluppato verso il denaro. Perché siamo arrivati a trattare il denaro con sentimento, al punto che non averne abbastanza ci fa soffrire come un amore non corrisposto? Perché ci è stata trasmessa l’illusione che, dispensandoci dai bisogni, il denaro ci renda liberi e felici. E così ci ha reso schiavi, dipendenti. Le neodipendenze – che possono avere per oggetto gioco d’azzardo, videogame, social network, cellulari, shopping, ecc. – sono bisogni indotti da una società iper-tecnologizzata e post-industriale che fonda la sua sopravvivenza sul nostro narcisismo e sul nostro continuo desiderio di intrattenimento. Siamo eterni adolescenti intenti a desiderare giubotti, cellulari e scooter e a sviluppare dipendenze relazionali, alimentari e tecnologiche. Desideriamo, acquistiamo e la nostra soddisfazione già svanisce, perché non è tanto la cosa l’oggetto del nostro desiderio, bensì il desiderare in sé.

Allora un primo modo per imparare a diventare povero sarà reimpostare il mio rapporto con gli oggetti, che diventerà di tipo produttivo perché cercherò di trarre da ogni oggetto il massimo del vantaggio. Dovrò acquistare con oculatezza, riscoprire i giusti criteri di valore, custodire e avere cura di quello che ho. Ma prima di tutto dovrò capire cosa rappresenta per me il necessario, ripensare al valore delle cose del mio quotidiano, imparare a leggere criticamente la realtà e riconoscere i segnali distorti che mi arrivano dai media e dalla propaganda politica ed economica.

Restando sempre attaccato al vivere quotidiano e alla realtà, Andrea Pomella compie una narrazione delicata e appassionata dei nostri giorni, mostrando con semplicità come un altro mondo sia possibile e desiderabile. Lo fa con uno stile che rifiuta la polemica gratuita, che spiega con pacatezza e rispetto.

Leggete questo libretto prezioso, vi cambierà la vita.

SANDRA BARDOTTI

Qui l’articolo originale

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