“La sfida contro il mito della crescita e del consumo a tutti i costi”. Andrea Sartori su Il Cittadino

21 giugno 2012

Simone Weil, rammenta Marco Rovelli nella prefazione al libro del giornalista Andrea Pomella, scriveva che la poesia è uccisa dalla menzogna racchiusa nella ricchezza, e chiosava: «Per questo i ricchi hanno bisogno del lusso come di un surrogato». All’estremo opposto del lusso e della sua non verità, v’è la miseria. Né l’una né l’altra condizione, secondo Pomella, consentono una condotta umana dignitosa. Non il desiderio del lusso, poiché si fonda sulla promessa programmaticamente delusa della felicità se così non fosse –, la macchina profittevole dello spreco compulsivo s’incepperebbe –; non la miseria, poiché non fornisce agli individui gli strumenti indispensabili per ritagliarsi un posto nel mondo, per modellare una forma di vita in cui riconoscersi. Senza fare professione di pauperismo, né abbracciare vecchie ideologie, né limitarsi a ripetere il refrain della decrescita felice, intonato per primo dall’economista francese Serge Latouche, Pomella propone la povertà in particolare la cosiddetta povertà di ritorno come modello di una cultura che ha nell’oggi un’indubbia ragion d’essere, ma che allo stesso tempo non è resa necessaria dalla mera contingenza dei fatti. Già Plauto, infatti, nel III secolo a. C. diceva che «la povertà insegna tutte le arti» (pauperitas artis omnis perdocet). Essa andrebbe pertanto concepita come attitudine da coltivare, come gesto quotidiano a cui attendere con premura e da cui ricavare le ragionevoli risorse per il nostro commercio con la realtà che ci circonda. Abitare la povertà è l’opposto dell’immotivato atteggiamento miracolistico nutrito da milioni di italiani (e non solo) negli ultimi anni, prima della crisi iniziata nel 2008, allorché un certo assetto economico finanziario, fornendo credito a tassi irrealistici, ha suscitato l’illusione di un arricchimento illimitato. Il sogno senza bordi d’un benessere sganciato dai dati di realtà ha infatti finito per confondere la felicità con il godimento, l’essere con l’avere, la custodia con il consumo. Proprio da qui dovrebbe ripartire un ragionamento politico sulla povertà e sui nuovi poveri. Tuttavia, sottolinea Pomella, l’una e gli altri sono un tabù per questa politica, poiché rappresentano il punto cieco della sua coscienza, il buco nero della sua responsabilità. Come ben sapeva Sigmund Freud, dalla rimozione non ci si può attendere nulla di buono, né sul piano individuale né su quello collettivo. Il libro di Pomella propone allo sguardo questo rimosso, rivolgendosi tanto al lettore comune quanto al rappresentante politico. Non mancano d’altra parte i messaggi neanche tanto subliminali a una compagine di governo che, dopo le misure per il rigore, non riesce ancora a venire a capo della ripresa. L’autore riporta ad esempio una fulminante battuta di Ettore Petrolini: «Bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanti». Dire con chiarezza una verità del genere, e rapportarla all’attualità, è in fondo quel parlar franco che Michel Foucault ascriveva al pensiero critico della Grecia antica. A un simile atteggiamento veritativo la politica non può più sottrarsi, poiché rischia di non comprendere la complessità della ridistribuzione sociale della ricchezza in corso, né l’affacciarsi sulla scena di nuove soggettività della vita civile. «L’eclissi della povertà», scrive l’autore, «o la povertà sottratta alla vista delle masse, è uno dei risultati della competizione sociale su cui si fonda la società in cui viviamo. Non è l’esito di politiche per la riduzione della povertà». Il fatto che i poveri non siano stakeholders (portatori d’interesse), non significa tuttavia che siano marginali, irrilevanti, condannati alla improduttività. Anzi, la messa a punto di una possibile «cultura della povertà» leverebbe finalmente il velo sull’ipocrisia della politica e di buona parte del sistema dell’informazione, consentendo di vivere secondo un’idea, non enfatica, di verità: «nessuno lontano dalla verità può dirsi felice», sosteneva Seneca (beatus nemo dici potest extra veritatem proiectus).

ANDREA SARTORI

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