L’amor mortis in Hemingway

20 agosto 2012

Di Hemingway mi piacciono le descrizioni della morte. La morte che lui descrive non è la morte metafisica, quella densa di significati filosofici, di cui abbonda la letteratura di ogni tempo. Hemingway è un maestro nell’interpretare la morte biologica degli organismi viventi, ne coglie il momento fatale, la incide col suo linguaggio implacabile e spietato. Lo fa quasi senza emozione, si direbbe a sangue freddo. Per Hemingway la morte è un dato di natura, come tutti i grandi meccanismi della vita ne osserva il funzionamento con occhio clinico. Hemingway, quando descrive la morte, non lo fa come uno scrittore qualsiasi. Lo fa come un entomologo che non teme gli aspetti più ripugnanti della realtà. In Verdi colline d’Africa, per esempio, non risparmia al lettore una descrizione come questa:

“Il sommo dell’umore ienico era la iena, la iena classica che colpita troppo indietro mentre correva, cominciava a girare pazzamente su se stessa mordendosi e dilaniandosi; finché si tirava fuori le budella; e allora, strappandosele, stava lì ferma a divorarle con gusto”.

Quel “girare pazzamente su stessa” è una rappresentazione talmente inattesa da lasciare frastornati (almeno è questo l’effetto che fa su di me). E come se non bastasse, non contento di averne descritto l’orrenda morte, Hemingway insiste sulla iena facendone un ritratto minuzioso e ripugnante:

“[…] la iena, ermafrodita, autofaga, divoratrice di morti, inseguitrice di vacche partorienti, capacissima di staccarti un pezzo di faccia quando dormi, triste cagna al seguito degli accampamenti, fetida, sporca, fornita di mascelle buone a spezzare le ossa che il leone ha lasciato, strascinantesi nella piana bruna con il suo ventre penzoloni, e la faccia furba da cane bastardo sempre voltata indietro”.

Va da sé che tanta perizia descrittiva deriva da una frequentazione diretta con la morte. E del resto Verdi colline d’Africa non è altro che il resoconto di un safari nella regione del lago Manyara, fra Kenya e Tanzania, a cui lo scrittore partecipò nel dicembre del 1933 insieme alla sua seconda moglie Pauline. Amante della caccia, ammiratore della corrida e dei matadores, Hemingway, insomma, aveva un amor mortis a cui mancava il senso del tragico, ma non – e questo è il suo grande paradosso – una vitalità ardente e primordiale.

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