Quel che resta delle nostre letture: uno sterminato paesaggio di rovine

23 agosto 2012

Forse un giorno qualcuno dovrà scrivere qualcosa che assomigli a una critica ragionata delle frasi minori dei romanzi. Intendo dire frasi di raccordo, rappresentazioni secondarie, descrizioni di scenari quasi del tutto insignificanti, di cui in sostanza il romanzo potrebbe anche fare a meno, ma che a volte colpiscono l’immaginazione di un lettore come una rivelazione. Senza scomodare Joyce e le sue epifanie, momenti “in cui la realtà delle cose ci soggioga come una rivelazione”, ciò di cui parlo è qualcosa che accade non tanto all’interno del romanzo, quanto nel cosmo immaginativo del lettore. Mi è capitato stamattina, mentre leggevo una pagina de Il clan dei Mahé di Simenon, di imbattermi in una frase del tutto marginale, la descrizione dell’inizio di un temporale estivo sull’isola di Porquerolles, in cui è ambientata la storia:

“In quel preciso istante scoppiò il temporale: grosse gocce di pioggia finalmente caddero crepitando sul fitto fogliame e penetrarono mollemente nella superficie della polvere bianchiccia che ricopriva la strada lasciandovi dei fori”.

Ho la netta sensazione che fra qualche mese, quando avrò dimenticato particolari anche rilevanti del romanzo di Simenon (per quanto al momento la reputi una lettura magnifica), questa frase sarà ancora ben presente in me, si sarà incuneata nel fondo della mia coscienza lasciando tracce percettibili, proprio come quei fori lasciati sulla polvere dalle grosse gocce di pioggia di quel temporale estivo. Quel che resta nella mente di un lettore dopo aver letto un romanzo, anche quando scompare dalla memoria ogni traccia dei protagonisti o della vicenda, è spesso una sensazione ricavata da frasi come questa, frasi evidentemente di una potenza descrittiva fuori dal comune, capaci di imprimersi nel ricordo come un odore. A proposito di odori, Proust – uno che di queste cose se ne intendeva – in un famoso passaggio della Recherche ha scritto:

“Quando d’un passato antico niente sussiste, dopo la morte degli esseri, dopo la distruzione delle cose, soli, più fragili ma più vividi, più immateriali, più persistenti, più fedeli, l’odore e il sapore restano ancora per lungo tempo, come anime, a ricordare, a attendere, a sperare, sulla rovina di tutto il resto, portando sulla loro stilla quasi impalpabile l’immenso edificio del ricordo”.

Ecco, io penso di avere dentro di me uno sterminato paesaggio di rovine in cui i libri che ho letto, spesso, sopravvivono nei ruderi di una frase minore, cippi di colonne isolate che si ergono nelle macerie di tutto il resto. Tutta la letteratura che in una vita siamo capaci di ingurgitare, insomma, presto o tardi si riduce a questo.

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