La letteratura non è sacra

27 agosto 2012

Il rapporto che ci lega alla parola scritta è molto simile alla relazione che, in quanto uomini, abbiamo con il divino. Questa relazione si fonda su un atto di fede, ossia su una professione di lealtà che facciamo nei confronti di una verità che consideriamo inconfutabile. La parola scritta ha per noi una forza e una solennità che viene meno quando ci troviamo al cospetto della parola orale. La parola scritta certifica le nostre esistenze, i nostri atti di esseri viventi sono registrati attraverso documenti, contratti, certificati, accordi, attestati, sulla parola scritta abbiamo tramandato la storia e fondato le nazioni. Nella dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America c’è un passaggio meraviglioso che dice:

“Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità”.

Qui il primato della parola scritta è evidente nell’insistenza con cui i rappresentanti dei 13 stati firmatari sottolineano l’importanza della Felicità tra i diritti inalienabili dell’uomo insieme alla Vita e alla Libertà. Ciò che salta immediatamente all’occhio è però la profonda discrepanza che corre tra la nobiltà degli intenti e la realtà storica e sociale su cui poi è stata effettivamente costruita una nazione come gli Stati Uniti d’America. Come a dire, la parola scritta tende a un principio ideale a cui poi dovrà tentare di uniformarsi quanto più possibile il comportamento degli uomini, ben sapendo che l’uomo, al contrario della parola, è corrotto per natura.

Nonostante ciò, un testo scritto, che sia un’opera letteraria o una carta costituzionale, è pur sempre il prodotto di un pensiero umano, o come ha detto l’antropologo Jack Goody “un addomesticamento del pensiero”. Tutte le maggiori religioni del mondo sono istituite su testi venerati come sacri che, per quanto si possa definirli “parola di Dio”, sono elaborazioni di uomini vissuti in carne e ossa.

Ora, ragionando su queste faccende che attengono alla presunta sacralità della scrittura, mi è capitato di riflettere su questo: certe grandi opere della letteratura universale hanno per la società dei lettori gli stessi attributi dei testi sacri nelle comunità di fedeli. Sono testi idolatrati, ritenuti incontestabili, pietre angolari dell’intelligenza umana e della creazione artistica.

Non che io voglia mettere in discussione l’importanza di Dante o di Kafka. Credo però che l’intangibilità della grande letteratura sia una pericolosa forma di mistificazione che tende a piegare la letteratura ai fini della conservazione del potere.

Mi conforta sapere che come me la pensava un intellettuale fuori dalle orbite disciplinari come Giorgio Manganelli che esprimeva la sua idea di letteratura così:

“La letteratura, ben lungi dall’esprimere la ‘totalità dell’uomo’, non è espressione, ma provocazione; non è quella splendida figura umana che vorrebbero i moralisti della cultura, ma è ambigua, innaturale, un poco mostruosa. Letteratura è un gesto non solo arbitrario, ma anche vizioso: è sempre un gesto di disubbidienza, peggio, un lazzo, una beffa; e insieme un gesto sacro, dunque antistorico, provocatorio”.

Un gesto arbitrario e vizioso, appunto. E quindi, come tutte le cose, opinabile.

A riportare i santi sulla terra ci hanno pensato spesso e volentieri altri santi, in una specie di lotta celeste che ha qualcosa di irresistibilmente comico e salutare. Così Nabokov tentò di demolire Dostoevskij perché lo reputava uno scrittore superficiale, inventore di intrecci perversi e malati. Allo stesso modo Virginia Woolf stroncò Joyce e, venendo a tempi più recenti, Bret Easton Ellis disse di David Foster Wallace: “È uno scrittore sopravvalutato”. Esempi fra i tanti che si possono fare di quell’esercizio che va sotto il nome di “dissacrare i mostri sacri”. Un esercizio di relativismo che non mina le basi culturali di una civiltà, ma anzi – credo – le rinforzi.

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3 Risposte to “La letteratura non è sacra”

  1. m0ra Says:

    Penso che ci sia un potere nella scrittura come ‘soccorso’ con cui il lettore trova gli strumenti per descrivere il proprio senso d’incompiutezza o capire meglio la vita e le cose. Aspetto questo che ha i suoi rischi, se non si è consapevoli della relatività della scrittura, della ‘menzogna’ direbbe Manganelli. Non penso sia facile educarsi a questa disposizione intellettuale perchè forse anche il lettore ha bisogno di questa stessa menzogna e spesso pure di nascondersi dietro la padronanza degli stumenti critici a conferma di essere un “lettore”, di avere un ruolo che è un indicatore d’identità comunque. Anche la capacità di un testo di attraversare il tempo assume i caratteri di un segno ‘prodigioso’ che si avvicina alla sacralità di cui parli, cosa che rinforza l’idea che quel libro è meritevole del nostro sacrificio, tempo, dedizione.
    Ho letto con grande interesse questo post, il discorso sulla relatività si sviluppa dalla disponibilità a restare aperti e possibilmente liberi, quindi anche dall’opportunità di spaziare con le letture, indipendentemente dal successo di critica e da tutto il resto. Ma quando parliamo con qualcuno di un libro spesso ci si accorge che è più facile fare una disanima oggettiva, scendere in comparazioni stilistiche piuttosto che esprimere compiutamente cosa quel libro ha messo in nudo in noi, in cosa ha cambiato la nostra percezione della vita e delle cose. Sarebbe importante questo, invece, per capire che la ricerca di senso non è mai paga e compiuta. Perciò educarsi alla menzogna della letteratura – perchè non si può mai dire una cosa proprio così com’è una volta per tutte – sarebbe un buon presupposto, basterebbe avere chiaro che le cose essenziali della vita si dicono con pochissime parole mentre le caterve di parole servono per depistare, convincere, irretire e non a caso sovrabbondano nei documenti politici, nei trattati internazionali, negli accordi.

    • Andrea Pomella Says:

      Tutti sappiamo più o meno in coscienza che la letteratura è una menzogna, eppure siamo disposti a fare quel famoso patto per cui ciò che leggiamo diventa verosimile. Fin qui non c’è niente di male, il problema è quando quel patto fuoriesce dall’ultima pagina e ci altera la percezione della vita, o peggio ancora, quando ci azzera la capacità di muovere critica. In realtà la vita, la più insignificante delle vite, è infinitamente più interessante dei libri, anche dei grandi libri.

      • m0ra Says:

        E’ fuori discussione. O si è pazzi o si è ottusi a voler credere a qualcosa di intrinsecamente disonesto. Ma il lettore è caparbio a volte.


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