“Il senso di una fine”, ovvero del manierismo di Julian Barnes

6 settembre 2012

Ho letto Il senso di una fine di Julian Barnes (Einaudi) spinto da forze uguali e contrarie. Da una parte recensioni entusiastiche che non fanno economia degli elogi (per esempio questa di Goffredo Fofi), dall’altra inflessibili stroncature (come questa di Christian Raimo), talmente inflessibili da incuriosire e trasfondere per paradosso la voglia di correre in libreria a comprare il romanzo. Cosa che ho fatto giusto una settimana fa. La verità in questo caso non l’ho trovata nel mezzo. Il libro di Barnes – finalmente vincitore, come ci ricorda orgogliosa la fascetta in copertina, del Man Booker Prize 2011 – è a mio parere un efficace esempio di letteratura patinata. Stucchevole quanto basta da piazzare subito come richiami da caccia i sempre buoni Camus e Wittgenstein, manierato e freddo al punto giusto, abbastanza cerebrale da far sentire il lettore che se ne dichiara entusiasta degno appartenente a un’élite intellettuale (cosa che stride col successo planetario che ha investito questo libro e il suo autore).

La storia per grandi linee è questa. Ci sono tre amici – giovani, sofisticati e colti – nell’Inghilterra degli anni Sessanta. A questi tre presto si aggiunge un quarto, ancora più sofisticato e colto. Si chiama Adrian e chiuderà il primo tempo del libro con un suicidio filosofico e materiale. Nella seconda parte siamo ai giorni nostri, l’io narrante Tony (uno dei tre amici) ha sessant’anni, un divorzio alle spalle, una figlia ormai grande e una vita abbastanza scialba. Tony riceve un’eredità singolare e inattesa che lo riporta agli anni della sua gioventù, a Veronica, la ragazza con cui aveva intessuto una relazione rimasta incompiuta, e soprattutto al suo rapporto con Adrian. Il buon Barnes, con sapienza da giallista, tira fino all’ultima pagina il senso (appunto) della fine di Adrian e per esteso l’inettitudine che ha infettato Tony per tutta la vita.

Letteratura patinata ho detto, perché non si trova in tutto il romanzo una sola sbavatura, perché tutto è perfettamente controllato dalla mano gelida e sapiente dell’autore, perché nonostante lo sfoggio di un mestiere invidiabile Barnes non lascia correre nella storia una sola goccia di sangue caldo, ma fa sì che tutto sia, per così dire, inerme, come se la vita dei personaggi fosse priva di materialità, ridotta a un perenne stato gassoso. Narrativa pseudo-colta, di quella che, se si è capaci di produrla come si deve (e Barnes ne è capace) poi in libreria si vende come il pane.

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Una Risposta to ““Il senso di una fine”, ovvero del manierismo di Julian Barnes”


  1. Mi piace questo tuo leggere fra le righe, smascherare.


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