Se ci fosse un secondo Olocausto, mi nasconderesti?

13 settembre 2012

Questa è una mia recensione al libro di Nathan Englander “Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank” (Einaudi) pubblicata ieri su ilfattoquotidiano.it (qui il link all’articolo originale).

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Negli ultimi dieci anni della mia vita ho letto molta letteratura ebraica contemporanea, abbastanza da aver capito cosa riescono a fare loro di tanto stupefacente che non riescono a fare tutti gli altri (per “altri” intendo gli autori non ebrei). A loro ogni volta riesce un incantesimo prodigioso, gli basta mettere in scena due personaggi apparentemente banali, farli interagire, e questi si ergono immediatamente a simboli della storia millenaria di un popolo. Faccio un esempio: tra gli otto racconti che formano la raccolta Scene dalla vita di un villaggio (Feltrinelli) di Amos Oz, un libro uscito un paio d’anni fa, ce n’è uno che racconta la storia di un certo Pesach Kedem, un bisbetico ottantaseienne ex deputato laburista che vive con la figlia insegnante e che ogni notte sente un rumore di scavi proveniente dalle fondamenta della casa. L’uomo pensa che sia colpa dello studente arabo che lui e sua figlia ospitano in una casupola poco distante; forse – sospetta il vecchio Pesach – lo studente in quel modo cerca di reclamare il possesso della terra.

Ecco, ho ritrovato la stessa capacità di unire in un legame allegorico lo scorrere regolare della quotidianità con le grandi questioni della storia nella recentissima raccolta di Nathan Englander: Di cosa parliamo quando parliamo di Anne Frank, pubblicata in Italia da Einaudi. Incensato pubblicamente da colleghi come Jonathan Franzen, Colum McCann, Jonathan Safran Foer, Jennifer Egan, Dave Eggers, vale a dire l’establishment culturale della nuova narrativa americana, i racconti di Englander hanno in effetti una caratteristica che negli ultimi anni è diventata una vera e propria regola per la canonizzazione dei nuovi autori: sono cioè racconti abbastanza classici e al tempo stesso abbastanza cool da riuscire a imporsi tanto all’attenzione del lettore dai gusti più sofisticati quanto alla sterminata massa dei meno esigenti.

Il filo conduttore di tutta la raccolta è l’ebraicità e la sua neshome (“anima” in ebraico-yiddish), un’ebraicità sentita come “un destino inestinguibile” usando una definizione che ne ha dato Aharon Appelfeld. Ci si muove sui più vari registri, dal comico al grottesco al tragico, e questo è uno dei marchi di fabbrica di Englander, una caratteristica già conosciuta dalla precedente raccolta Per alleviare insopportabili impulsi e dal romanzo Il ministero dei casi speciali. Qui è l’ombra sovrastante della Shoah che domina vite apparentemente tranquille.

Com’è nel caso del primo racconto che – parafrasando Carver – dà il titolo alla raccolta (in molti, me compreso, sulle prime hanno pensato: “Che gran furbata dare un titolo del genere”; ma basta leggere questo racconto per capire che forse non c’era un titolo migliore di questo), in cui si narra di una coppia di ebrei ortodossi proveniente da Israele che fa visita in Florida a una coppia di vecchi amici. Il dialogo fra i quattro si snoda attraverso vari temi, dallo stile di vita americano all’educazione dei figli, fino a sfociare in un dilemma morale di portata colossale che prende forma attraverso un gioco, il “gioco di Anne Frank”: “Se ci fosse un secondo Olocausto, e tu non fossi ebreo, mi nasconderesti?”

O come accade in Camp Sundown, dove la tranquilla e un po’ comica routine degli ospiti di un centro estivo per anziani viene interrotta quando i villeggianti credono di riconoscere in un compagno di soggiorno uno spettro del loro passato, un carceriere nazista contro cui tenteranno di applicare le “regole del campo”.

Vastità di implicazioni che non mancano neppure in Peep Show, un spassoso apologo su una delle archetipiche caratteristiche culturali e religiose dell’ebraismo, il senso di colpa, qui impersonato da un avvocato di successo che cerca la trasgressione in un locale a luci rosse, e finisce per fare i conti con la propria coscienza in un crescendo comico che ricorda da vicino il miglior Woody Allen.

La letteratura ebraica, come ebbe modo di precisare Abraham Yohoshua, “non è quel che in genere si immagina: non è tutta la letteratura scritta da ebrei, ma quella scritta da ebrei e che riguarda temi ebraici”. Englander, in questo senso, è a pieno diritto un autore di letteratura ebraica, sicuramente uno dei più bravi della sua generazione (è nato nel 1970). Non so se sia davvero degno di comparire accanto ai vari Bellow, Roth, Singer eccetera, come qualcuno si è affrettato a scrivere, e non so nemmeno quanto senso abbia immaginare questi club letterari esclusivi con annessi criteri di ammissione. Una cosa è sicura, nella misura breve – e quest’ultima raccolta sta lì a dimostrarlo – Nathan Englander è uno degli autori (di letteratura ebraica e non) più capaci e raffinati in circolazione.

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