Tornare a respirare

9 novembre 2012

Un mio articolo sulla crisi, su come ci siamo entrati, su come dobbiamo uscirne, pubblicato ieri su allonsanfan.it (qui l’articolo originale)

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Ho già raccontato altrove questa storia. C’è un uomo che entra in un centro per l’impiego. Ha una giacca infangata che gli cade da tutte le parti e un vecchio cappello marrone. “Lei lavora?” gli fa l’impiegata. “Sì”, risponde lui. “Che lavoro?” L’uomo si lecca le labbra: “Respirare, ha presente?” L’impiegata sbuffa perché non ha voglia di scherzare. Ma l’uomo non scherza affatto anche se ride un po’. L’impiegata sbuffa ancora, con un’insofferenza mortale. Al che l’uomo prende fiato e dice: “Lei invece, glielo leggo in faccia, lei non respira neanche più”.

La storia è vera, lo dico subito per tranquillizzare il lettore che non intenda sottoscrivere il famoso patto di sospensione dell’incredulità. Può essere tuttavia interpretata in vari modi. Ed è esattamente ciò che proverò a fare adesso.

  • Prima interpretazione possibile: La storia è vera perché viene riportata in qualche manuale di zen a uso e consumo di noi poveri e stressati cittadini d’occidente, quindi potrebbe non essere vera in termini assoluti, ma il fatto che sia letteratura la rende non meno vera di quanto sarebbe se fosse raccontata in un articolo di cronaca. La prima, dunque, è un’interpretazione zen secondo la quale se credi fortemente nel potere della respirazione potrai velocemente accrescere il tuo CHI (energia interiore), tutto questo però non ti faciliterà nella ricerca di un posto di lavoro;
  • Seconda interpretazione possibile: La storia è una metafora del rapporto tra cittadino e istituzioni, un rapporto che negli ultimi, disgraziati anni si è fatto sempre più faticoso (una volta andai in un pronto soccorso cardiologico, mi fecero sdraiare su un lettino, mi scoprirono i polsi e le caviglie e mi domandarono: “Lei sta bene?”; che per quanto ne so vale come l’impiegata del centro per l’impiego che si rivolge a un disoccupato chiedendogli: “Lei lavora?”);
  • Terza interpretazione possibile: L’uomo è molto serio quando dice che il suo lavoro consiste nel respirare, ed è altrettanto serio quando si rivolge all’impiegata del centro per l’impiego dicendole: “Lei invece non respira neanche più”. Si tratta di una triste guerra tra poveri in cui chi ha un posto di lavoro diventa, agli occhi di chi non ce l’ha, un vanaglorioso che ostenta la propria fortuna;
  • Quarta interpretazione possibile: Il centro per l’impiego non serve più a niente, non è più “centro”, (è molto illuminante la definizione di “centro” che si dà in fisica: “il centro è il punto geometrico corrispondente al valor medio della distribuzione della massa nello spazio”) e non offre più impiego (o meglio, opportunità);
  • Quinta interpretazione possibile: Pare che nello scorso agosto, quando il premier greco Samaras è andato all’incontro con Angela Merkel con l’obiettivo di ottenere un allentamento della rigida tabella di marcia per ripianare il deficit, abbia pronunciato al cancelliere tedesco questa testuale frase: “Fateci respirare”. Secondo questa interpretazione la storia sarebbe quindi una riproduzione in scala dell’orgoglio greco (laddove per “orgoglio greco” si intende, per estensione, il senso di dignità di qualsiasi cittadino europeo oppresso dal debito contratto con questo sistema finanziario che governa e stritola la contemporaneità).

Va da sé che le interpretazioni sono potenzialmente infinite, il punto nodale della faccenda è però incontestabilmente tutto in una parola: “respirare”. Intorno a questa parola nei prossimi anni ruoterà, io credo, la vita e il destino di milioni di cittadini. Seneca, in un passaggio delle Epistole a Lucilio, parlando della mancanza di respiro dovuta agli attacchi d’asma di cui soffriva, diceva: “Ormai ho provato tutti i malanni e tutti i pericoli, ma nessuno per me è più penoso. […] In ogni altro caso si è ammalati; in questo ci si sente morire. Perciò i medici chiamano questo male ‘meditazione della morte’”.

Lo stato in cui versa la società italiana in uscita dall’epopea infausta del berlusconismo, e alle prese com’è con il torchio della crisi, è esattamente questo: uno stato di interruzione del respiro. Si è smesso di respirare per paura, per oggettiva sospensione dell’ossigeno, per fatica (fatica di arrivare alla fine del mese, fatica di mantenere un posto di lavoro, di garantire ai propri figli, non dico il futuro, dato che è già tanto garantire loro un presente), si è smesso di respirare per non sentire l’aria mefitica che si sprigiona dai casi di corruzione, malgoverno, appropriazione indebita e cattiva gestione dei fondi pubblici, si è smesso di respirare perché si ha paura.

Non è la prima volta che il paese si trova alle prese con quella che economisti e astrologi – curioso che le due categorie usino spesso lo stesso linguaggio – definiscono “congiuntura sfavorevole”. Molte e di varia natura sono state le crisi che si sono succedute nella storia repubblicana d’Italia, crisi non solo economiche, ma anche energetiche (la crisi del ’73), sociali (gli anni di piombo), morali (tangentopoli). La crisi dei tempi attuali tuttavia è per noi spaventosa perché si innesca su un terreno già penosamente immiserito da un ventennio di politiche scellerate, politiche di destra, finto-liberiste, che hanno devastato la nazione nei suoi capisaldi culturali, economici ed etici. Ecco perché, per dirla con Seneca, “in ogni altro caso si è ammalati; in questo ci si sente morire”.

Allora, tra le varie interpretazioni possibili della storiella dell’uomo che entra nel centro per l’impiego ne voglio trovare una che soddisfi la mia immaginazione e plachi in me questo senso di paura. Perché ciò che distingue le creature viventi dalle cose inanimate è che le prime possiedono la disciplina del respiro. E forse ciò che intende fare l’uomo è proprio rivolgere all’impiegata del centro per l’impiego un invito a non trasformarsi in un corpo inorganico, disumanizzato, in un sistema bloccato e inaccessibile dall’esterno. Un invito, e una speranza, che per i mesi e per gli anni a venire deve essere rilanciato dalla politica a tutti i cittadini e alle forze migliori della società: tornare a respirare.

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