Metempsicosi

28 dicembre 2012

Sono le 23 e 15 della notte di Natale, la dottoressa di turno nel pronto soccorso mi riferisce la diagnosi e mi prepara il certificato. La stanza è divisa in due da un separé, dall’altra parte c’è un vecchio ubriaco che impreca contro il mondo. Entra un’infermiera e si mette a confabulare con la dottoressa, poi guarda nel monitor del computer, si gira verso l’ubriaco e gli fa: “Pomella come va?” Io mi sto infilando il cappotto, la guardo pensando che la domanda sia rivolta a me. L’ubriaco rantola un po’ e si tira su, il lettino cigola. “La vita è uno schifo”, borbotta. L’infermiera risponde dicendogli qualcosa che non capisco. La dottoressa continua a digitare sulla tastiera del computer, non si è accorta dello scambio di persona. Da parte mia non me la sento di chiarire l’equivoco, di dire all’infermiera: “Guardi che Pomella sono io”. La verità è che per qualche secondo – in questo immenso mare di secondi – io sono l’ubriaco che impreca nella notte di Natale, per qualche secondo ho la tentazione di spiare nel monitor, afferrare il cognome dell’ubriaco e uscire nella notte pacifica con le sue generalità.

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