“Vite raccontate verso sentieri dove non c’è luce, regna l’incertezza, l’assenza di sogni”. Barbara Gozzi su Lankelot

18 gennaio 2013

Su Lankelot una recensione a “La misura del danno” firmata da Barbara Gozzi. Qui il link all’articolo originale.

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In libreria fra pochi giorni, il 23 gennaio, per la casa editrice Fernandel, La misura del danno è il primo romanzo di Andrea Pomella, romano del ’73. Il romanzo è diviso distintamente in tre parti: la prima Stava andando tutto per il meglio concentra l’attenzione principale sullo svolgimento di quell’unico fatto che cambierà tutto; nella seconda parte il lettore è proiettato nella sequenza ineluttabile di eventi, azioni, reazioni e conseguenze a seguire il ‘fatto scatenante’; infine nell’epilogo la storia viene proiettata ad alcuni anni di distanza.

La narrazione inizia quando il protagonista trentacinquenne sta vivendo un momento professionale particolarmente soddisfacente dopo anni di gavetta come attore di second’ordine. Ad Alessandro Mantovani capita però un’occasione, una di quelle che da subito lo spingono verso il ‘proibito’, l’illecito nello specifico di natura sessuale. E dalle scelte che fa, dai comportamenti e le modalità utilizzate per gestire le situazioni che via via gli si presenteranno davanti: da tutto questo si evince nel corso della lettura la misura del danno che subisce.

Indubbiamente l’attenzione è rivolta a questo personaggio, complesso e sfilacciato, viscido e fragile, consapevole e nudo. Il narratore esterno non fa mancare alcun chiarimento sul suo passato, dall’infanzia all’adolescenza, passando per le prime esperienze nello spettacolo, gli amori e il matrimonio. È un narratore minuzioso, che innesta riprese dal passato nel pieno corso degli avvenimenti principali, a tratti anche con eccessi di zelo, a mio avviso, nell’aggiungere spiegazioni, chiarimenti anche introspettivi quando di stampo antropologico e sociologico.

I personaggi femminili ne escono ammaccati, se non peggio. La moglie di Alessandro, Francesca, ma anche la figlia Martina affetta da acufene (un disturbo che si origina all’interno dell’apparato uditivo e scatena rumori percepiti in diverse forme inficiando la vita del malato quando si manifestano); infine Beatrice, l’amica della figlia poi amante minorenne di Alessandro.

Le ammaccature di questi ritratti femminili prendono forma gradualmente: si tratta di individui che, ognuno a modo loro, rendono difficile la vita del protagonista, in un’escalation narrativa che tende ad esaltarne i lati negativi, disturbanti al punto che in particolare Francesca assume a tratti le sembianze del tipico cliché della moglie borghese controllata, perfetta in pubblico e che impone i suoi spazi e il suo rigore intellettuale nel privato.

“Non dimostrava trentotto anni, al massimo ventisei, ventisette. Era la bocca però a tradirle ogni malessere, la piega all’ingiù che facevano gli angoli delle labbra, una specie di parentesi quadrata disposta in senso orizzontale capace di svelarne ogni insoddisfazione. Era una donna piena di finezza, di psicologia, di stile, sarebbe stata la compagna perfetta di un politico o di un ambasciatore, un esemplare da esibizione. […] Non aveva neppure un buon istinto materno, il suo rapporto con Martina era freddo, non conflittuale ma neppure partecipe. L’impressione che dava è che non riuscisse a provare il minimo piacere dalle cose della vita.” (pag.62)

Ovviamente anche Beatrice – la minorenne che passa dallo status di amica della figlia, ad amante per una veloce fuga nella casa in Sabaudia – acquista nel corso della narrazione diverse sembianze perfettamente adattate ai contesti che cambiano nel plot. Dalla lolita che sussurra “ E se mi rapissi per il fine settimana?” alla ragazzina con “il viso cotto dal sole, il saluto che scambiò con Alessandro fu totalmente innocente, pacificato” (pag.111). L’intera prima parte è incentrata sul lento sviluppo del ‘rapimento sessuale consensuale’ dove i ruoli tendono ad essere abbastanza prevedibili, di certo lo sono gli sviluppi.

Pomella si avvale della tecnica dell’anticipazione specialmente rispetto al capovolgimento che s’attende dalla fine della prima parte della storia. Accade un fatto che non può passare inosservato, e il lettore lo capisce proprio per i ‘segnali ‘ a preannunciare l’arrivo della conseguenza che nella seconda parte – con la consueta gradualità della scrittura – assumerà sembianze e contorni precisi. Non accade subito. Eppure trovo difficile che il lettore non se l’aspetti, il capovolgimento, l’arrivo di quel “venerdì afoso e fatale” (pag.110). D’altra parte lo stesso protagonista vive in attesa, aspettandosi qualcosa anche quando è passato un ragionevole lasso di tempo per ipotizzare che Bea non infrangerà il silenzio. Alessandro si abbandona a “settimane sospese” (pag.89), in un’atmosfera generale rarefatta, un’altalena di sentimenti tra la speranza e la malinconia cronica.

“Prima che la loro storia crollasse sotto i colpi dello scandalo che li avrebbe travolti, c’era stata una piccola scossa di avvertimento, un presagio minimo che aveva dato inizio all’opera di logoramento.” (pag.63)

Attraverso la bobina della vita del protagonista che si srotola davanti al lettore in entrambi i sensi di marcia (in avanti, gradualmente, ma anche indietro recuperando in particolare l’ultimo tragico ventennio italiano tra politica, medialità e dinamiche sociali) il lettore si ritrova in una storia che non cerca l’originalità, tutt’altro; dove i ruoli, le regole e le logiche scivolano volutamente in casistiche ampiamente note tra gossip e cronaca, gestioni mediatiche e dinamiche sociali nelle relazioni.

L’impressione che mi resta a lettura conclusa è che Pomella abbia voluto lasciare nel lettore una patina di unto sulla pelle, c’è un colpo di scena sul finale che tutto sommato – confesso – non mi ha particolarmente stupito; nel corso della narrazione s’avverte una sottile ma costante tristezza, una sorta di ‘velo’ a declinare tutte le vite raccontate verso sentieri e percorsi dove non c’è luce, regna l’incertezza, l’assenza di sogni e speranze propositive e un certo disorientamento che i personaggi palesano ognuno in modo diverso. Paradossalmente (il motivo del paradosso non lo svelo per lasciare il pieno gusto alla lettura) è proprio il padre di Alessandro, Gino, a lasciare alcune tracce di emozioni pulsanti, vive, rigeneranti.

 “Accadde in quel momento qualcosa di intenso e di imprevisto, di piccolo ma al tempo stesso di miracoloso, accadde che Gino, mentre teneva a mezz’aria con entrambe le mani una scatola di uova da sei, sorrise timidamente, e l’arco delle sopracciglia gli divenne un tutt’uno con le rughe profonde ai lati del naso e della bocca.” (pag.110)

La scrittura di Pomella si fonda su frasi articolate, tendenzialmente complesse nella struttura. Con un’evidente predilezione per i paragoni e l’uso del ‘come’. E con l’uso periodico di termini ad alternare leggere sfumature di registri, dai significati vicini e lontani al gergo o al comune lessico ‘medio’, come “non luoghi metafisici” e “odore fragolesco” (pag.11).

“E mentre la sua risata riempiva l’interno dell’Audi, come il riflesso di una spilla argentata investita da un raggio di luce, tutti i suoi scrupoli convergevano verso un unico punto, un pensiero del tutto nuovo, che mai, nella vita precedente, si era affacciato. La sua risata era un po’ come lo stoicismo di un uomo che cerchi di sopportare valorosamente l’amputazione di un braccio.” (pag.12)

Barbara Gozzi

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