Elogio dell’anti-originalità

21 gennaio 2013

Non voglio essere originale quando scrivo. La ricerca dell’originalità a ogni costo ha massacrato l’arte contemporanea, e negli ultimi anni si è messa all’opera sulla narrativa. Le quarte di copertina sono ancora zeppe di emuli di Thomas Pynchon, grondano storie bislacche con protagonisti stravaganti dai nomi cervellotici. La pretesa è sempre la stessa: raccontare un tempo in cui, al contrario, l’abbassamento della linea piana è inesorabile, la convenzione è l’unico passaporto sociale e tutto è riproduzione seriale. Allora perché tentare come regola la fuga nell’inverosimile? Perché l’accusa di anti-originalità è sempre la prima che si abbatte su un testo letterario anche quando questo non ha pretese di atipicità? Se la volontà, l’obiettivo, è dare chiarezza a un’epoca livida, senza estro, perché non provare ad aderire alla realtà restando liberamente anti-originali?

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3 Risposte to “Elogio dell’anti-originalità”


  1. è un’osservazione che feci tanti anni fa a Cambridge, durante una lezione di scrittura con un prof nero, Mr Williams, che ci assegnava delle tracce da sviluppare e poi ci sottoponeva dei testi da analizzare, scritti da ragazzi di vari corsi; c’era un racconto di un ragazzo della mia classe di scrittura, che tutti apprezzarono e lodarono molto: era originale!
    “cazzo” – io mi dicevo, per me “fa cagare”. Era un racconto di una ostentata originalità, assolutamente “finto”, innaturale.
    Me ne stavo zitta nel mio banco, per non turbare l’entusiasmo generale della classe, e anche per paura di essere messa in disparte o, peggio, di fare la figura della stronza.
    Ma poi Mr Williams pronunciò il mio nome, più o meno con questo accento “Nàt:ly”, per me fu il panico.
    “Nàt:ly, what do you think about it? did you like it? and why?”
    Mi guardavano tutti, presi coraggio e risposi “no, non mi piace”
    Sentivo un brusio. Sicuramente si dicevano “questa è scema, o è matta”
    Mr Wilson con un sorriso quasi impercettibile ma uno sguardo soddisfatto, allora mi chiese di spiegare cosa non mi piaceva e perché.
    Risposi allora che quel racconto era “forzato”, inverosimile, che ogni frase era ad effetto, e che si sentiva l’autore che si crogiolava nel suo testo, dicendo a se stesso, ad ogni frase che scriveva “guardate come sono bravo, ci sto dentro!”
    Suonò la fine dell’ora per fortuna. L’autore del racconto non mi rivolse la parola fino alla fine dei corsi universitari, così come molti altri ragazzi del corso, ma Mr Wilson uscendo dalla classe mi sorrise, prese la sua valigetta e passandomi accanto, mi disse a bassa voce più o meno così: “non è facile essere diversi e schietti, mi sei piaciuta”.
    Spero d non averti annoiato, mi hai fatto rivivere questo ricordo.
    ciao.

    • Andrea Pomella Says:

      Hai centrato il punto, l’originalità quando viene ostentata rende tutto innaturale. E questo in un romanzo ha a che fare sia con lo stile che con la trama. E poi Mr Wilson mi sta simpatico.


      • sono passati 21 anni e quel prof panzuto e simpatico me lo ricordo ancora con grande affetto.
        p.s.: (all’inizio del commento ho scritto Mr Williams, era Wilson il cognome come scrissi in seguito.)
        grazie Andre, e scusa le mie invasioni notturne. 😉


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