“La misura del danno potrebbe essere il titolo per la storia di un’intera generazione”. Manuela Caserta su L’Espresso on line.

23 gennaio 2013

Questa è un’intervista che mi ha fatto Manuela Caserta per il suo blog su L’Espresso on line. L’articolo originale è qui.

***

“Fumo troppa letteratura americana”, quando gli chiedo di commentarmi questo tweet, Andrea Pomella mi risponde di essere un cultore della letteratura americana, per la capacità che riconosce e ammira nei grandi autori d’oltreoceano, di far discendere verità universali da piccole storie marginali. E mi confida che quando è nato suo figlio, non molto tempo fa, ha acquistato una copia speciale di On the Road di Kerouac per lui. La misura del danno è la sua ultima fatica letteraria edita da Fernandel, che uscirà in libreria domani, il 23 gennaio. Il titolo, come la copertina dove campeggia un essere in giacca e cravatta con la faccia da iena è l’emblema della storia del suo protagonista. Un giovane attore bello e di discreto successo, che all’apice della sua carriera commette un errore fatale che gli stravolge l’esistenza. L’errore però, non è altro che l’esito scontato di tutta una vita. La cornice storica in cui si svolge la storia, prende piede dagli anni 80, quelli della preadolescenza del protagonista che vive nella periferia di Roma. Alessandro Mantovani è figlio di dignitosi impiegati di sinistra, l’ultima categoria di lavoratori stabili e sedentari detentori dello stesso lavoro nello stesso ufficio per 40 anni. Sono gli anni della Bolognina, delle svolte epocali che segnano il punto di rottura nella formazione sociale e culturale di più di una generazione. Le differenze di classe rimbalzavano da una periferia all’altra della stessa città, alimentando il mito borghese dello status sociale della classe media. Abitare in un quartiere di Roma nord, significava appartenere ad un ceto di eletti. E non si commetta l’errore di pensare che questa fosse solo l’ambizione di persone prive di una formazione culturale, anzi. I tre principali protagonisti del romanzo, ci sarà capitato perfino di conoscerli. Carlo Lattanzi, l’amico fidato di una vita che diventa parlamentare, ha solo una nota stonata rispetto alla realtà delle cose: sembra quasi esserselo meritato quel seggio. La ragazzina dalla bellezza incantevole che nemmeno sa chi era Tarzan, probabilmente fuori dalla finzione letteraria, avrà goduto della nostra indulgenza in più di un’occasione, perché figlia di amici. In questo contesto, quando finalmente tutto diventa possibile, e anche il sogno di assomigliare all’immagine che si aveva di sé si avvera, qualcosa sfugge al controllo, come una macchina in corsa a velocità che non si riesce più a frenare. Ma di chi è la colpa di tutto? Forse dell’ “idea pazzesca che tuffandosi nudi dentro al fuoco si potesse afferrare il cuore ardente della vita”. Forse.

La misura del danno potrebbe benissimo essere il titolo adatto alla storia di un’intera generazione.

Più di una, forse. Anzi, direi almeno tre generazioni. Il grosso di questa storia copre uno spazio storico che va più o meno dall’inizio degli anni Novanta ai giorni nostri. Se ci pensi, un ragazzo che oggi compie vent’anni ha conosciuto solo questo mondo, questa videocrazia autoritaria, questa dittatura dell’imbecillità in cui tuttora viviamo e che fa da sfondo alle vicende narrate ne La misura del danno. Ma anche la mia generazione ne è stata profondamente segnata. Se vuoi in maniera ancora più paradossale. Perché al termine di questi due decenni ci siamo ritrovati – tanto me, quanto il protagonista del romanzo – ad avere quarant’anni, quell’età cioè che dovrebbe voler dire “piena maturità”. E tutto questo mentre il paese, al contrario, viveva un’apoteosi di immaturità.

Una frase nel tuo libro stigmatizza un decennio, che poi è quello della preadolescenza del tuo protagonista: “quel paese di Bengodi che erano gli anni Ottanta, […] la più criminosa costruzione in serie di demoralizzati da vai-cresci-e-sparati-un-colpo-in-bocca.”

Dino Risi diceva che il segreto è superare gli ottanta. Dopo è una passeggiata. Lui parlava dell’età della vecchiaia, ma la frase la trovo perfetta anche se riferita a quel decennio. Gli anni Ottanta hanno rappresentato un’epoca feroce di restaurazione, è stato il momento storico in cui si è deciso di affossare scientificamente lo spirito critico sostituendolo con l’edonismo di massa. La società italiana degli anni Sessanta e Settanta aveva un profondo rispetto per la cultura e per l’istruzione. A quei tempi un operaio era capace di citare Gramsci a memoria, e non solo per ragioni ideologiche. In Tv passavano sceneggiati tratti dai romanzi di Dickens, Dumas, Italo Svevo. Ma dopo l’epopea tragica degli anni di piombo un certo tipo di potere ha sterilizzato tutto, ha compiuto un’opera di azzeramento culturale, ha pensato di risolvere i conflitti sociali sostituendo il valore della laurea con le maggiorate del Drive-in. Nel mio romanzo la quindicenne per cui perde la testa il protagonista non sa neppure chi è Tarzan.

Sembrerebbe solo un romanzo ma c’è dentro anche una spietata analisi politica del post-bolognina: “non esiste una borghesia di destra e una di sinistra, ma esiste solo una borghesia di Stato”. È così?

La borghesia di cui si parla nel romanzo vuole una cosa sola: che siano salvaguardati i propri privilegi. In questa fase storica è innegabile che fra le parole “borghesia” e “sinistra” si apra un solco. Il che non vuol dire automaticamente che si può essere di sinistra solo se si dichiarano meno di trentamila euro l’anno. Bisogna tenere sempre a mente che oggi la distanza che corre tra le classi sociali è la stessa di trenta o quarant’anni fa (penso all’abisso che separa la vita di un bracciante extracomunitario da quella di un professionista). Nonostante ciò ci dicono che certe parole hanno ormai perduto il loro senso originario, e la cosa finisce per essere un’ottima scusa per tutti.

Il fatto che la vicenda del protagonista, che ha un background di sinistra, ricordi in maniera disarmante il caso Ruby, non è solo un cinico paradosso?

È il cuore del problema. A me piace mettere a confronto il caso Ruby con quello di Roman Polanski. In entrambi il giudizio complessivo, direi morale, è stato influenzato dall’appartenenza politica. Questa oscillazione di verità, più di ogni altra cosa, ci dice di come la fede nelle ideologie del Novecento, ai giorni nostri, non sia ancora completamente superata. Le ideologie sopravvivono come cascami, con fisionomie snaturate, spesso capovolte, che scavalcano i dogmi di un tempo e si rimodellano di volta in volta sulle forme del nemico da abbattere. Ne La misura del danno a un certo punto accade esattamente questo.

Si dice sempre che lo scrittore si nasconda sempre dietro uno dei suoi personaggi, questa volta il tuo qual è?

Se posso, tendo a non nascondermi dietro a un personaggio. Nel caso di questo romanzo, poi, non ci sono personaggi con le spalle abbastanza larghe dietro cui potersi nascondere. Complessivamente, sia il protagonista che i personaggi secondari, sono creature deboli, ammaccate, ciascuno porta in sé il germe di una contraddizione. Sono esseri capaci di dolcezza e al tempo stesso di ferocia, hanno caratteri sfuggenti, apatici, e si rapportano agli eventi sulla base del loro personale tornaconto. Insomma, non credo siano figure tanto lontane da quelle che popolano la condizione umana dell’Italia contemporanea.

Dobbiamo temere davvero che “questo Paese ci morirà tra le braccia”?

Ci muore tra le braccia solo qualcosa che abbiamo a cuore.

MANUELA CASERTA

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Una Risposta to ““La misura del danno potrebbe essere il titolo per la storia di un’intera generazione”. Manuela Caserta su L’Espresso on line.”

  1. anonimo Says:

    non ho mai capito coloro che usano le virgole come confetti. che cosa li spinga a piazzarne una tra soggetto e verbo, strategica, mentre l’occhio e il tempo scorrono incauti lungo la frase compiuta. le virgole come gli ostacoli nei 3000 siepi (o forse le virgole come le pause asmatiche di chi ha il fiato corto perche’ ha appena corso i 3000 siepi?).


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