“La parola chiave del libro è: Percezione”. Gianni Montieri su Poetarum Silva

18 febbraio 2013

Su Poetarum Silva una recensione di Gianni Montieri a “La misura del danno”. Qui l’articolo originale.

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Questa è la storia di Alessandro ed è allo stesso tempo lo sguardo di sintesi riuscito sull’Italia degli ultimi vent’anni. Alessandro Mantovani è di Roma, origini operaie che gli procureranno sempre fastidio, una sorta di risentimento che mai scemerà. Risentimento orientato più sull’accettazione dello stato delle cose da parte dei suoi cari, che verso loro stessi. Diventa famoso come attore di fiction e di spot pubblicitari, sposa da giovanissimo Francesca figlia di due ricchi borghesi di sinistra. Progressisti, diremmo oggi. Alessandro e Francesca si amano, hanno una figlia: Martina. Tutto questo, però, non soddisfa Mantovani, lui vuole qualcosa di più. Il passo successivo sarà il cinema “impegnato”, quello che, tra parecchie virgolette, è detto di sinistra. Ci arriverà grazie ai buoni auspici di un suo amico (l’unico) diventato parlamentare. In seguito dimostrerà di aver meritato questo aiuto. Recita bene, successo di pubblico e critica, arrivano i premi. Eppure Mantovani non è felice. Ha trentacinque anni ed è nel punto più alto della sua parabola. Da qui può solo precipitare, e lo farà. Subisce il fascino di una quindicenne, compagna di classe di sua figlia, che ha una cotta per lui, ci va a letto, scoppia lo scandalo e qui comincia la parte più interessante della storia. I personaggi oscillano e in questo dondolìo ben rappresentano la miscela di incertezza, menefreghismo, perbenismo, insoddisfazione, crisi di questi anni. Si vedranno intellettuali di sinistra apparire talmente superficiali da far fatica a distinguerli da un qualsiasi borghese di destra. Gente legata alla destra che non si scandalizza di nulla. Gente disposta a vendersi gli affetti e il dolore per soldi, per la salvezza materiale. Avvocati che trafficano come malavitosi, da politici. Si vedrà come lo scandalo possa montare, gonfiarsi e pian piano ridursi a una cosa minima. L’attore passerà da pedofilo a vittima da utilizzare, a dimostrazione di come nessuno venga abbandonato dal giro che conta. Partiranno raccolte di firme (come ne abbiamo viste a centinaia) il cui unico vero scopo è quello di procurare un tornaconto di immagine a chi le organizza, poi di far star bene chi firma. “Ho fatto la cosa giusta”. La parola chiave del bel libro di Andrea Pomella è: Percezione. Ogni evento cambia di importanza, ogni fatto è sottoposto a diversi metri di valutazione, a seconda di chi lo subisce, di chi lo giudica, del contesto storico dove si collochi. Tutto sembra grande e poi se ci si sposta di quartiere, o all’altro lato del Tevere, diventa minimo o giustificabile. Il paese è diventato terra di giustificazione di massa. Luogo dove a certi tutto è tollerato, tutto è dovuto. I soldi, il potere, come dimostrano le cronache e, con ben racconta Pomella, danno senso di onnipotenza ma il giustificare se stessi è tremendo. Lo stesso Alessandro che, per lunghi tratti appare come una brava (seppur insoddisfatta) persona, si perdonerà il fatto di aver fatto sesso con una quindicenne, lo ridurrà a “tutti abbiamo fatto una grossa cazzata nella vita.” I giorni di Pomella sono giorni malati e anche chi è innocente ne subirà le radiazioni. Innocente come il padre e la figlia di Alessandro e come Bea la ragazzina vittima. Questo libro è bello e necessario. Pomella attraverso una scrittura ricca e colta, mai artificiosa, rappresenta un’analisi accurata di questi anni, dove il berlusconismo è soltanto una delle piaghe, o quella che ha saputo sintetizzarle al meglio tutte. La politica è l’innesco e, in un certo senso, il risultato finale, l’indolenza di tutti è il cuore della trama. La misura del danno è il titolo del libro ma è anche il metro che Pomella consegna al lettore, che ciascuno calcoli la sua.

Gianni Montieri

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