Contro la prima persona

7 marzo 2013

shining

Un amico, di cui apprezzo moltissimo il lavoro di scrittore e editor, dopo aver terminato la lettura de La misura del danno mi ha scritto una lettera. Tra le varie critiche che fa al romanzo, tutte molto ben argomentate e secondo me in linea di massima condivisibili, ce n’è una che non mi ha convinto e che riguarda l’uso della terza persona, in particolare del vecchio, bistrattato, manzoniano narratore onnisciente. Secondo il mio amico quella che ho usato nel romanzo è una “prima persona mascherata”. Non lo ha detto esplicitamente, ma ho dedotto che intendesse una cosa ben precisa; e cioè che se avessi scelto di raccontare la storia con la viva voce del protagonista forse avrei centrato meglio la prospettiva. È un’osservazione che mi aspettavo fin dal primo momento in cui ho iniziato a scrivere questo romanzo. In effetti l’uso della prima persona è molto diffuso nella narrativa contemporanea. È una soluzione che ha dei sicuri vantaggi, questioni risapute fra tutti coloro che si confrontano con la scrittura d’invenzione. Il primo e più evidente è che questa tecnica permette un’immediata partecipazione da parte del lettore con gli eventi narrati. Consente inoltre un’aderenza che vorrei definire “psicologica” con il personaggio narrante, il lettore cioè si cala nel ruolo fino a sentirsi stimolato nelle sue più piccole sinuosità interiori. Gli svantaggi invece riguardano innanzitutto la difficoltà di tratteggiare con oggettività ed equilibrio tutti gli altri personaggi che compongono la storia. Ma la difficoltà maggiore che si presenta allo scrittore nel momento in cui decide di raccontare una storia in prima persona attiene al linguaggio e alla personalità dell’io narrante. Tra i consigli di scrittura di Jonathan Franzen c’è questo: “Scrivi in terza persona a meno che non salti fuori una prima persona veramente particolare”. Non ho mai amato i consigli di scrittura, tuttavia su questo punto mi trovo d’accordo con Franzen. Ha senso, secondo me, usare la prima persona solo se il personaggio che parla ha una voce speciale, inconsueta, poderosa, solo cioè se a farne a meno significherebbe tagliare via un pezzo di vita a quel personaggio. C’è inoltre un punto sul quale in pochi, tra coloro che si occupano di letteratura, saranno disposti a convenire: e cioè che per scrivere in prima persona, a meno che non si tratti un’opera autobiografica, bisogna essere dei veri fuoriclasse.

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