Scrivere è trovare un senso a cose che non hanno senso. “Bruno il bambino che imparò a volare”

25 marzo 2013

Bruno_coverArrivo ben ultimo a scrivere di Bruno il bambino che imparò a volare (l’editore è Orecchio Acerbo), un libro scritto da Nadia Terranova e illustrato da Ofra Amit. Uscito oltre un anno fa, è quello che comunemente si definisce “un libro per ragazzi”, una definizione che però gli va stretta per tanti motivi. Il primo motivo è che il libro è bello (non che i libri per ragazzi in genere non siano “belli”, anzi, il più delle volte lo sono molto di più dei libri per adulti), intendo dire che è bello a dispetto dell’età di chi lo legge, bello non solo da sfogliare, ma anche semplicemente da contemplare, perché è bella la fattura, è bello come oggetto da conservare. Il secondo motivo è che tratta un argomento che più serio non si può, ma lo tratta con levità e grazia. L’argomento è Bruno Schulz, scrittore e pittore polacco, nonché traduttore di Kafka. Nadia Terranova racconta la storia di Bruno bambino, settant’anni dopo la sua morte avvenuta per mano nazista nel 1942. Bruno è un bambino ebreo costretto a convivere con una testa sproporzionata rispetto al corpo, una testa che “gli rallentava il correre sobbalzando a ogni passo”. Ha un rapporto del tutto particolare col padre Jacob, uomo dall’aspetto ieratico, quasi divino, che il piccolo Bruno spia mentre è a lavoro nella sua bottega di tessuti che sorge nella comunità ebraica della piccola cittadina di Drohobycz. La storia racconta della morte di Jacob e di come il piccolo Bruno riesce a combattere la malinconia per l’assenza del padre imparando l’arte del disegno e della parola. Ma è soprattutto l’occupazione nazista, la persecuzione, i rastrellamenti, le sparizioni misteriose, a marcare il passo di una vicenda in cui le parole sempre lievi di Nadia Terranova si fondono alle immagini di Ofra Amit in una felicissima alchimia. L’assassinio di Bruno Schulz, che avvenne per mano di un gerarca nazista che forse voleva fare una ripicca a un altro ufficiale, diventa la metafora dell’insensatezza di quella violenza e di tutte le violenze. Una volta ho letto una frase di David Grossman che dice: “Ogni scrittore è religioso, perché trova un senso a cose che non hanno senso”. Il piccolo grande miracolo che accade in questo libro è esattamente questo.

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4 Risposte to “Scrivere è trovare un senso a cose che non hanno senso. “Bruno il bambino che imparò a volare””


  1. come mi fai venir voglia tu di leggere i libri, nessuno. 🙂

  2. simona fontanesi Says:

    Bruno Schulz,”Le botteghe color cannella”.
    Provare per credere.


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