Il culto della dea madre

27 marzo 2013

Mother and daughter- Vladimir MakovskyIn treno, alle undici di notte. Davanti a me sono sedute una madre e una figlia. La madre ha i capelli ricci e rossi. La figlia ha i capelli ricci e neri. La madre è magra, ha un’espressione apatica. La figlia è magra, non come la madre ma abbastanza per potersi acciambellare come una gatta sul sedile. La madre parla poco, quando parla sembra che lo faccia per senso del dovere. La figlia cerca con la testa il corpo della madre, le passa una cuffia per farle ascoltare un po’ di musica. La madre non vuole ascoltare la musica, preferisce sfogliare una rivista di gossip, ma lo fa con un’aria distratta, quando non apertamente disgustata. La figlia le chiede dove siamo, sbuffa, cerca una posizione comoda. La madre fissa il vuoto. La figlia si addormenta. La madre si alza dal suo posto. La figlia invade con la testa il posto della madre. La madre si ferma in piedi sul corridoio, stringe in pugno un pacchetto di sigarette. La figlia digrigna i denti nel sonno, si agita. La madre osserva due africani che confabulano a voce alta in una lingua cadenzata. La figlia è immobile, ha le labbra socchiuse tra cui spuntano due grossi incisivi bianchi. La madre fissa il paesaggio notturno che scorre fuori dal finestrino. La figlia sogna. La madre incrocia le braccia, sente freddo. La figlia cerca la madre con la mano e trova un sedile vuoto. La madre per un momento non è più la madre. La figlia sarà ancora per un po’ la figlia.

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