Se quei libri riuscissi a dimenticarli tutti

29 marzo 2013

caduta libriMi sento a disagio nei posti dove si conoscono tutti, e quando poi li ho conosciuti tutti mi sento a disagio e vorrei dimenticarli uno a uno. Ma ho un carattere di quelli particolari, che non mi fa andare nei posti dove si conoscono tutti, che mi dirotta, anzi, sempre e solo dove non si conosce nessuno. Ma il punto è che anche dove non si conosce nessuno, dopo un po’ qualcuno comincia a fare la conoscenza di qualcun altro, e cominciano a formarsi delle compagnie, dei legami, e io sono sempre quello che guarda da un angolo cercando di capirci qualcosa. Se poi imparo a conoscere qualcuno, dopo un po’ finisco per perdere quel qualcuno, ma non perché faccia qualcosa di tanto brutto da meritarmi di perderlo, piuttosto perché nel frattempo le cose cambiano, e quindi cambiano anche le condizioni, e magari da quel tale posto in cui ho appena incominciato a conoscere qualcuno, quel qualcuno se ne va, e finisce in un altro posto, e io devo ricominciare tutto daccapo. Funziona così ovunque e da sempre. E da sempre mi sforzo di dire a me stesso: “Vedrai, la prossima volta andrà meglio, è solo che questo non è il posto giusto per te”, ma poi il posto giusto per me non arriva mai, e nonostante la mia radicata sfiducia sto sempre lì a credere che il posto giusto per me, da qualche parte, ci sia per davvero, solo che non riesco a trovarlo. Le cose stanno così, in un modo molto semplice. La cosa buffa è che mi succede anche coi libri. Ho frequentato i libri di certi autori per molti anni, fino al punto di credere all’illusione che avessi stabilito in qualche modo un legame con quegli autori, un legame che andasse oltre i libri, anche nel caso in cui quegli autori fossero già morti. Avevo l’impressione di aver finalmente scalfito la mia corazza di ritrosia, di aver trovato un amico oltre le pagine di qualche grande autore americano, di poterci scherzare durante un tragitto in metropolitana, o in una sera d’estate sotto una grande coltre di stelle, e infine scoprire, leggendo un’intervista, o semplicemente ascoltando qualcuno che nel frattempo aveva letto quello stesso libro di quello stesso autore ricavandone un’impressione completamente diversa dalla mia, un’impressione alla quale però riconoscevo una maturità maggiore della mia (la mia lettura è sempre così infantile, candida, ridicola), che quell’autore in realtà non mi ha mai elargito un bel niente, né la sua amicizia, né le sue confidenze, in pratica che neppure quel suo bel libro che ho tanto amato mi ha aperto davvero le sue porte, che sono ancora una volta fermo in quell’angolo, diffidente e solitario, a cercare di capirci qualcosa. Questo mi succede quando accedo con un pass da visitatore nel pantheon dei libri, mi succede che finisco per sentirmi a disagio (e badate che sto parlando di un grande amore) e che, come in quei posti della quotidianità pratica in cui si conoscono tutti, arrivo a immaginare che la mia vita sarebbe molto più comoda e agevole se quei libri riuscissi a dimenticarli tutti, dal primo all’ultimo, cancellando in me le tracce di ogni singola lettura, tornando ancora all’inizio, a una nuova verginità, avendo ancora una volta l’occasione di ricominciare tutto dal principio. Libri o vita che sia. Vita o libri.

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