Il pastore, il serpente e la volpe. Ovvero come non parlare del proprio romanzo facendo finta di parlarne

10 aprile 2013

Una delle mie scrittrici preferite, Veronica Tomassini (“Sangue di cane” – Laurana, 2010), mi ha invitato sul suo blog a parlare del mio romanzo. Ne è venuta fuori questa cosa bizzarra che è stata pubblicata ieri (qui il post originale nel blog di Veronica) e che spero renda l’idea del rapporto che ho con le cose che scrivo. 

*

Quando Veronica mi ha scritto “perché non vieni nel mio blog a parlarmi del tuo recente romanzo?” la prima cosa che ho pensato è: “Come si fa a scrivere qualcosa di assennato sul proprio romanzo dopo che tutte le cose che avevi da dire sull’argomento le hai riversate, appunto, nel romanzo?” La seconda cosa che ho pensato è: “Forse però può essere divertente tentare di scrivere qualcosa di assennato sul proprio romanzo, del resto quando si va in giro a fare le presentazioni non si fa altro che parlare di questo, e io non ho un buon rapporto con le presentazioni, perché sicuramente mi diverto di più a scrivere che a parlare, e quindi mi metterò adesso a scrivere sul romanzo che ho scritto. Comincerò con una storia che non c’entra niente con il romanzo, ma che invece penso c’entri con il fatto che adesso mi ritrovo qui a scriverne.

Dunque, la storia fa così:

C’era un pastore che un giorno, camminando per le strade di campagna, a un tratto sentì un lamento che proveniva da una grossa pietra. “Aiutatemi, mi sento soffocare”, diceva qualcuno da sotto la pietra. Il pastore alzò la pietra e vide un serpente imbrigliato in se stesso che non riusciva a muoversi.  Come la luce penetrò nella cavità, il serpente lo pregò: “Cacciami fuori e sciogli il nodo che mi strangola”.  Il pastore, con la santa pazienza, lo salvò e continuò a camminare. Cammina e cammina, udì un altro lamento: “Aiuto, aiuto, mi stanno strozzando”.  Il pastore si guardò intorno e vide una volpe che lottava con un serpente attorcigliato al suo collo che tentava di strozzarla. Era lo stesso serpente che aveva salvato poco prima. “Ti prego”, gli disse la volpe, “se mi aiuterai ti farò ricco e ti farò sposare la figlia del Re”. Il pastore liberò la volpe dal serpente, uccidendolo, e aspettò che la volpe mantenesse la sua promessa.

La storia non è un granché, e il romanzo che ho scritto parla di tutt’altro. Però, quella del pastore è un’efficace metafora della scrittura; o almeno così a me pare. Il serpente che chiama da sotto la pietra è il romanzo che vuol farsi scrivere, solo che il romanzo è un groviglio inestricabile che rischia di strozzarsi con le sue stesse spire. Quando il pastore riesce a liberarlo (cioè quando lo scrittore riesce a scriverlo) il serpente-romanzo se ne va a combinare guai in giro per il mondo. E allora capita che il pastore-scrittore si ritrovi poco dopo a dover salvare la volpe dal serpente. La volpe naturalmente è il lettore (e qui dobbiamo mettere da parte per un momento l’immaginario favolistico che ci impone di vedere la volpe come la raffigurazione animale della scaltrezza, e non perché il lettore non sia scaltro, ma perché non è questa la sua qualità che in questo momento ci interessa). Così, compito del pastore-scrittore diventa quello di uccidere il serpente-romanzo che lui stesso ha liberato, ammaliato com’è dalle profferte di gloria della volpe-lettore. Quando mi chiedono di parlare o di scrivere del mio romanzo, io mi sento come il pastore che per salvare la volpe deve uccidere il serpente.

Il punto è che bisogna scegliere se voler bene al proprio romanzo o ai suoi lettori. E perciò ora io dirò qualcosa di forte: io non voglio bene al mio romanzo. È sbagliato non voler bene al proprio romanzo, lo so. Però sappiate che non sono completamente un disgraziato. Cioè, io al mio romanzo gli ho voluto bene; però gli ho voluto bene mentre lo scrivevo. Prima di scriverlo (siamo in vena di confessioni non è vero?) mi ero messo in testa di fare una cosa strana, e cioè di raccontare un mondo che detesto e col quale non ho nessun punto di contatto. E allora ecco un attore che fa fiction e fortunati filmetti commerciali, una piccola star che diguazza nel mondo del pop, un’adolescentina che vagheggia mondi vuoti, i quartieri della Roma bene, e quello che Tom Wolfe chiamava “Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto” (a grandi linee il mio romanzo tratta di questo). Una sfida con me stesso. Perché una cosa volevo fare: raccontare l’insignificanza di questi ultimi anni al mondo, dove per “mondo” intendo l’Italia. E allora, ecco, per farlo non potevo mica occuparmi delle cose che piacciono a me. Dovevo ascoltare la voce del serpente che strepita da sotto la pietra, toccarlo con mano (per quanto solo l’idea mi facesse ribrezzo), scioglierne i nodi e liberarlo. Così, in quel momento, io il romanzo l’ho pure amato. Ma poi, poi lui se n’è andato in giro a strozzare volpi, e a quel punto già non lo amavo più. Quel punto è questo punto, cioè l’attimo in cui Veronica mi scrive: “Perché non vieni nel mio blog a parlarmi del tuo recente romanzo?” Perciò eccomi. Ne sto parlando; anche se – forse – non proprio come la decenza letteraria imporrebbe in questi casi. Il fatto è che devo mettere in guardia il lettore, ma non perché la volpe mi abbia promesso che così facendo diventerò ricco e sposerò la figlia del Re (non sono più tempi per credere alle favole), piuttosto perché penso che lo scrittore, nel momento in cui mette in libertà un serpente, si assuma una responsabilità enorme. E io proprio non sopporto l’idea di far strage di volpi ignare.

A ogni modo, avrete capito che di parlare del mio romanzo proprio non mi viene. Voglio dire, ho preso al volo questa occasione, semmai, per non parlarne affatto facendo finta di parlarne. Come ho detto all’inizio, cercavo un modo assennato per farlo, e alla fine mi ritrovo ad aver scritto in una maniera che tutto appare fuorché dotata di senno. Ma per quei poveri sciagurati che vorranno saperne di più offro qualche indizio.

C’è una scheda. Che si può leggere qui: http://www.fernandel.it/index.php?option=com_jbook&task=view&Itemid&catid&id=214

E un incipit. Che si può sbirciare qua: http://www.fernandel2.it/pdf/La-misura-del-danno.pdf

E poi, per farsi un’idea appena più compiuta, basta andare su Google e digitare le parole “andrea pomella la misura del danno”. Ci si imbatterà in qualcuno che, bontà sua, ha avuto la pazienza di organizzare le cose meglio di me, e senza infarcire il discorso di favole e scuse puerili.

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