La storia delle pentole parlanti

11 maggio 2013

Una mia cosa scritta per Torno giovedì a sostegno di Crazy for Zambia, l’iniziativa benefica a favore dell’organizzazione Sport2Build (www.sport2build.org). Qui il pezzo originale.

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Quando Fernando Coratelli mi ha chiesto: “Ci scrivi per Torno Giovedì un pezzo che parli di pentole?”, io, più che a un pezzo che parli di pentole, ho pensato alle pentole parlanti. Cosa sono le pentole parlanti? Sono le pentole che stavano a casa di mia nonna quando ero piccolo (procedo da questo momento in poi con uno di quei racconti sdilinquenti sull’infanzia e sui nonni che potrebbe arrecare grave danno a chi è allergico a questo genere di cose). Dunque, le pentole le avete viste bene? Hanno ciascuna un aspetto preciso, una faccia che può sembrare di uomo o di animale. C’è lo scolapasta, per esempio, che se lo rigiri ricorda la faccia di un bambino ciccione con le lentiggini e le orecchie a sventola. Oppure la pentola a pressione, con quel manico di traverso, che pare la cresta di un drago. O ancora, il classico pentolone di rame, preistorico e remoto come il testone di un ippopotamo. E insomma, da piccolo, mentre guardavo armeggiare mia nonna con le pentole, mettevo in scena l’incontro tra il bambino con le lentiggini, il drago e l’ippopotamo. La storia era più o meno questa. Il bambino scolapasta mangiava così tanto da scoppiare, e il mangiare gli usciva dalle lentiggini (questo succedeva quando lo scolapasta faceva il suo mestiere di scolare la pasta e l’acqua di cottura fiottava dai buchi in una pioggerella geometrica). Allora il drago a pressione diventava furioso perché si accorgeva che il bambino scolapasta aveva finito per divorare anche il suo pranzo, e diventava così furioso, il drago, che gli fischiavano le narici e sbuffava il fumo come un qualsiasi drago sputafuoco che si rispetti. A quel punto si presentava sulla scena l’ippopotamo di rame, che con la sua decrepita saggezza metteva fine al litigio tra il bambino scolapasta e il drago a pressione, tirando fuori dalla sua pancia una buonissima pasta e fagioli che riportava l’armonia nel creato. Tutto questo succedeva nella cucina di mia nonna, mentre mio nonno sacramentava con i gomiti piantati sul tavolino perché erano le sei e mezza della sera e non era ancora pronta la cena, e lui che era stato un contadino era abituato a cenare presto la sera, d’estate e d’inverno, che ci fossero ospiti a casa o il padreterno in persona, cascasse il mondo lui doveva cenare alle sei e mezza della sera. Una volta provai a fargli notare questa cosa delle pentole parlanti, ma pensavo che mio nonno non avrebbe capito un accidente di tutto quello che succedeva tra il bambino, il drago e l’ippopotamo, ovvero tra lo scolapasta, la pentola a pressione e il pentolone di rame. E invece lui fece una cosa che mi sbalordì. Si mise a fare le voci dei miei tre protagonisti. Per fare la voce del bambino scolapasta usò un tono acuto e petulante. Per fare la voce del drago a pressione un accento furente. E per fare l’ippopotamo di rame tirò fuori un vocione cavernoso e assennato. E mi mostrò soprattutto di aver capito per filo e per segno i dettagli della storia. Insomma, io non pensavo che mio nonno – che era stato un contadino – fosse capace di vedere le cose come le vedevo io, così rimasi un po’ deluso e un po’ contento. Un po’ deluso, perché capii che la faccenda delle pentole parlanti non faceva di me un tipo speciale, uno cioè capace di vedere le storie anche dove non ci sono. Un po’ contento, perché se anche mio nonno conosceva per filo e per segno la favola delle pentole parlanti, allora voleva dire che non è una questione di età, voleva dire che crescendo non avrei perso quella capacità un po’ strampalata di vedere le storie anche dove non ci sono, e soprattutto voleva dire che per vedere le storie anche dove non ci sono avrei avuto a disposizione la vita intera.

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