Come rileggere “Il grande Gatsby” dopo vent’anni e comprendere d’un fiato qualcosa di sé e dei propri vent’anni

20 maggio 2013

Fitzgerald

La prima volta che ho letto Il grande Gatsby avevo una ventina d’anni. Poi l’ho riletto che avevo quasi quarant’anni. Cioè ieri, domenica pomeriggio, aria fresca di maggio, mio figlio che dorme compiaciuto nella sua stanza. A vent’anni odiavo Fitzgerald perché gli preferivo Hemingway, e a quell’età bisogna sempre amare qualcuno solo per avere una scusa per odiare qualcun altro, o viceversa. Così Il grande Gatsby aveva rappresentato per me uno sfiatato sfoggio di lusso letterario fatto di personaggi scialbi e ambientazioni fastidiosamente sontuose. L’ho odiato così tanto che col passare del tempo l’odio ha trasfigurato il ricordo, al punto da convincermi di aver letto un altro romanzo. Cosicché, se ieri mattina qualcuno mi avesse chiesto cosa ricordassi della storia di Jay Gatsby, io avrei tirato giù una storia che non esiste da nessuna parte, men che meno ne Il grande Gatsby. Questo per dire che ieri è come se avessi letto Il grande Gatsby per la prima volta, e per dire che ho fatto male a odiare Fitzgerald, e per dire che non si dovrebbe mai odiare uno scrittore e il suo libro (soprattutto a vent’anni, ma anche a quaranta, o sessanta, o ottanta, o cento) perché basta semplicemente non farseli piacere, e per dire che la grancassa pubblicitaria legata al lancio di un film tratto da un romanzo qualche volta non è solo rumore di fondo nelle nostra vite appartate, qualche volta è l’occasione per fare pace con un romanzo, qualche volta è l’occasione per pensare che i libri andrebbero letti due volte, soprattutto quelli che la prima volta non ci sono piaciuti.

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2 Risposte to “Come rileggere “Il grande Gatsby” dopo vent’anni e comprendere d’un fiato qualcosa di sé e dei propri vent’anni”


  1. Grande metafora sul mistificante Sogno Americano


  2. […] A quindici anni detestavo Micol Finzi-Contini. Bionda, agile, misteriosa e ricca – amata al punto che qualcuno aveva scritto un romanzo che si reggeva solo su di lei, si comportava in un modo che i critici definivano misterioso e io urtante. Poi era anche morta, quindi fuori dai giochi, ma ancora luminosa al punto che per risvegliarne il ricordo bastava una gita sull’Aurelia. Per anni mi sono tenuta per me la mia antipatia, tutte le volte che qualcuno tirava fuori Il giardino dei Finzi-Contini come libro del cuore. L’ho riletto pochi giorni fa, portandomelo in treno dalla Sicilia a Roma per vedere di nascosto l’effetto che faceva, perché riaprendolo mi avevano colpito le prime righe dell’introduzione di Montale («Chi si occupa più dei borghesi in Italia? Probabilmente nessuno») e anche perché avevo appena letto questo post di Andrea Pomella. […]


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