Agnello all’olocausto

7 giugno 2013

mattonelleE le pizzerie al taglio, quelle vecchie, preistoriche pizzerie di Roma, dove sono tutti vecchi, vecchi i pizzaioli, una coppia di vecchi, lei che serve al banco, lui che sforna pizze, lui che guarda tutti di traverso, lui che è sempre torvo, mentre lei è stanca, risponde a tutti con quel tono stanco, lei che taglia la pizza con mano stanca, io che entro dopo una giornata pesante di lavoro, che entro stanco e quasi vecchio, che le indico una pizza bianca ripiena, e lei mi dice: “È fredda”, e lei mi dice: “La scaldo?” e io le dico: “Sì, grazie”, e lei mi dice: “Mangia qui o porta via?” e io le dico: “Porto via”, anche se non devo andare da nessuna parte, però mangiare quella pizza ripiena, quella pizza vecchia e stanca, quella pizza che era fredda e che tra poco tornerà calda, quella pizza che tornerà calda solo per un po’, ma che, a ogni modo, serberà il freddo dentro di sé, come un vecchio che torna giovane, come un vecchio che al primo caldo gli cola la tinta dei capelli, mangiare quella pizza dentro quella pizzeria assieme a quei due pizzaioli, mangiare quella pizza vecchia fissando un muro di mattonelle bianche e crude e unte, quelle mattonelle da macelleria della mia infanzia, fare questo mi farebbe sentire come un agnello all’olocausto, e allora lei mi dice: “Gliela incarto”, e io le dico: “Sì, grazie”, e le dico: “Prendo anche una lattina”, e le indico una birra nel frigo, e le chiedo: “Quant’è?” e lei mi dice: “Sei euro e quaranta in tutto”, e io tiro fuori i soldi e la pago, e lei mi chiede: “Le do una bustina?” e io le dico: “Sì, grazie”, e lei mette tutto in una bustina tranne la birra, e io prendo la bustina e la birra e dico: “Arrivederci”, e lei mi dice: “Arrivederci”, e anche suo marito, che sforna pizze fredde e che guarda tutti di traverso, anche suo marito fa capolino e mi dice: “Arrivederci”, e io esco da lì oppresso da un pensiero, esco da lì pensando che potrei essere loro figlio, esco da lì e vado a chiudermi in macchina, vado a mangiare la pizza in macchina, come un orfano.

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8 Risposte to “Agnello all’olocausto”

  1. speakermuto Says:

    Su “esco da lì pensando” ho creduto che ti fossi ricordato dello scontrino.

    • Andrea Pomella Says:

      All’interno di un racconto le cose sottintese non andrebbero ribadite, ma ora che ci penso lo scontrino non era per niente sottinteso, a meno che non fossimo stati in una pizzeria di Stoccolma.


  2. come un vecchio che al primo caldo gli cola la tinta dei capelli: hai pensato a “la morte a venezia”, ad una stanchezza mortale, colerica…


  3. L’ha ribloggato su il lunedì degli scrittorie ha commentato:
    calvino della nuvola di smog, pavese di certi racconti… stesso struggimento arido non dell’incomunicabilità, ma della presa d’atto dell’inutilità della comunicazione. come se su tutti noi fosse calata una nube radioattiva che ci abbatte fin nelle più intime fibre. siamo postapocalittici, senza apocalisse


  4. una scoperta grande, la tua narrativa.
    scusa le parole banali. ma vere.


  5. la poesia della quotidianità… vecchia e viva


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