Tata, portami l’ombra!

18 giugno 2013

Al parco c’è un bambino seduto sulla giostra con l’aria svogliata e un panino a metà strada tra il grembo e la bocca, ciondola un piede nel vuoto e sbuffa, e dopo aver ciondolato e sbuffato si gira e fa: “Tata, portami l’ombra!” Ora io, nella mia infanzia infelice passata in borgata fra ragazzini più o meno semplici, mai ho sentito nessuno di noi dire “Tata, portami l’ombra!”, a ben vedere non ho mai sentito nessuno di noi dire “Tata”, perché la tata in borgata non ce l’aveva nessuno, e perché in borgata si andava a spasso da soli già a sei anni, anche se non c’era un vero e proprio parco dove andare. Così ho osservato quel bambino pensando che quel bambino ha già dentro di sé i germi di un conflitto di classe. O meglio, lui non sentirà mai la cosa come un conflitto, ma come un ordine naturale delle cose. I figli della sua tata invece sì.

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4 Risposte to “Tata, portami l’ombra!”

  1. anonimo Says:

    la tata si alzo` a fatica dalla panchina e trascino` i piedi fino alla giostra, nascondendo l’ordigno-fine-di-mondo dietro la grassa schiena sudata. “tata, l’ombra!” ripete` il bambino roteando gli occhi e sputacchiando nel contempo molecole di prosciutto dagli angoli della bocca. la stanca donna poso` l’ordigno a terra, si chino` sulla pulsantiera e seleziono` con le grosse dita di efficiente casalinga l’opzione 001. pochi silenziosi secondi di assordante fischio cataplagico annientarono per sempre la struttura atomica dei giardinetti, della giostra, del pianeta intero e dei suoi occupanti. il bambino diceva sia fatta l’ombra, e ombra fu.

    • Andrea Pomella Says:

      Insomma, mi par di capire che, anche se me ne fossi rimasto a casa, non me la sarei cavata lo stesso.

      • anonimo Says:

        Una delle poche cose che ancora mi manca della mia infanzia nel Midwest è la strana, illusoria ma irremovibile convinzione che qualsiasi cosa mi circondava esistesse in tutto e per tutto solamente Per Me. Sono l’unico che da bambino provava questa bizzarra, profonda sensazione? – che ogni oggetto esistesse solo in quanto influiva su di me in qualche modo? – che ogni singola cosa fosse, per il tramite di una qualche misteriosa attività adulta, disposta unicamente a mio beneficio? Non c’è nessuno che si identifichi con questo ricordo? Ecco, il bambino esce dalla stanza, e tutto quello che c’era nella stanza, una volta che non è più lì a vederlo, si liquefà in una sorta di vuoto di potenziale, oppure (come nella mia teoria infantile) qualche adulto prima nascosto l’arrotola e lo stipa fino a che il prossimo ingresso del bambino richiama il tutto in animato servizio. Ero matto? Questa convinzione, è chiaro, era radicalmente autocentrata, e per di più piuttosto paranoide. E poi, la responsabilità: tutto il mondo si dissolveva e risolveva al mio solo battere le palpebre; e se non avessi aperto gli occhi?

        Forse quello che davvero mi manca è che quell’autocentratezza, radicale e illusoria, non suscita nel bambino né conflitto né colpa. Il suo è il solipsismo innocente e regale del Dio del vescovo Berkeley: ogni cosa è nulla fino a che la sua vista la richiama dal vuoto: l’essenza del mondo è lo stimolo dei sensi. Ed è per questo, forse, che i bambini temono così tanto il buio. Non tanto per la possibile presenza di oscuri esseri zannuti, ma per la reale assenza di ogni cosa, che la loro cecità ha ora annullato. Almeno io, con buona pace dei sorrisi indulgenti dei miei, era per questo che di notte volevo un lumino: perché il mondo continuasse a girare.

        David Foster Wallace, ‘Getting Away From Already Pretty Much Being Away From It All’

  2. Andrea Pomella Says:

    Chapeau!


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