È tutto nella nostra testa

 

In Neil Young Journeys, il film documentario diretto da Jonathan Demme, c’è una scena in cui si vede Neil Young e suo fratello camminare in mezzo a un prato a ridosso di un bosco nei paraggi di Omenee, una cittadina nel nord dell’Ontario, che i due hanno appena raggiunto alla guida di una vecchia Ford Crown Victoria del ’56. Neil si rivolge alla telecamera spiegando che su quel prato sorgeva la casa della sua infanzia, racconta di come nelle notti d’estate montasse una tenda canadese dove suo padre Scott, giornalista e scrittore, andava a risvegliarlo ogni mattina. Poi si guarda intorno allibito e dice: “Non c’è più niente. È tutto nella mia testa”. E uno come me che se ne sta lì a guardare, gloriosamente coricato sul divano di casa propria, si mette a pensare a quella cosa amara che è il tempo, e a come una dimora nel prato che in passato ha visto una vita familiare schiudersi e disgregarsi (i genitori di Neil Young divorziarono quando lui era poco meno che un adolescente), giornate impetuose di vita susseguirsi stagione dopo stagione, ragazzini crescere, cieli schiarire dopo innumerevoli piogge e nevicate nei misteriosi inverni del Canada, si possa dissolvere fino a scomparire, al punto che, se un viaggiatore di passaggio finisse per calpestare oggi quella terra, non si accorgerebbe di niente. È tutto nella nostra testa, il tempo andato e la vita, tutto così scandalosamente, proditoriamente, effimero.

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1 commento
  1. gianni montieri ha detto:

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