La continuità del dolore

2 settembre 2013

John Singleton Copley

Ieri sera, in macchina, abbagliati da un tramonto spudorato, si parlava della tristezza meditativa, dello spleen, e ci si chiedeva come si possa raccogliere tutta una prospettiva malinconica del mondo in un’opera letteraria, come sia possibile, cioè, spiegare lo spirito immateriale che ti domina gli occhi e il cuore dacché conservi memoria di te e del mondo, e si diceva che non è possibile dare lettura dei propri occhi, della propria inquietudine esistenziale, dare cioè una somma della grandezza del mondo se non attraverso piccoli lampi che contengono in sé biopsie di mondo, e mentre si diceva questo abbiamo visto un uomo con una faccia da bulldog e i capelli lunghi e tinti di un nero seppia che guidava una Mercedes bianca luccicante, e l’uomo con la faccia da bulldog era vestito come un gangster da matrimonio e sembrava totalmente immune dal mondo, si diceva allora che il creato è un’opera tanto sublime che non può essere data solo alla contemplazione e allo sfruttamento di un razza di bulldog vestiti come gangster da matrimonio com’è quella umana, ma che il creato intero dev’essere un’opera lasciata a metà, un progetto interrotto destinato a una razza superiore di poeti naturalmente inclini alla bellezza, e poi si diceva che in Storie in modo quasi classico di Harold Brodkey (Fandango, traduzione di Delfina Vezzoli) c’è un racconto che si intitola La continuità del dolore, il cui incipit fa così: “La mamma, ogni tanto, mi mostrava tutto nudo agli ospiti”, e si diceva appunto che Brodkey è uno di quegli scrittori a cui basta un incipit per rovesciarti addosso un’epifania struggente, per darti conto della complessità dell’anima umana, del dolore della crescita, della violenza minimale di certi gesti compiuti da chi ti ama.

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