Qualcosa che non è fatto di parole

30 gennaio 2014

Giorni fa ero in strada, mi ha fermato un ragazzo, era straniero, aveva un accento arabo, mi ha mostrato il suo cellulare, ha fatto dei gesti pregandomi di prendere il suo cellulare, mi ha fatto capire che dovevo parlare con una persona che aveva bisogno di un’informazione, ho preso il telefono e ho parlato con questa persona, era anch’essa straniera, parlava francese, io non parlo francese, gliel’ho detto in inglese, ma la persona al telefono ha proferito qualcosa in francese, qualcosa che mi è sembrato volesse dire: “Non parlo inglese”, allora ci siamo trovati a un punto morto, ho restituito il telefono al ragazzo e gli ho detto: “Mi dispiace”, il ragazzo ha scosso la testa e mi ha gettato un’occhiata colpevolizzante.

Ieri dal tabaccaio c’era una signora che doveva pagare il bollo dell’auto, era una signora anziana, non riusciva a trovare i soldi nella borsetta, allora ha dato la borsetta al tabaccaio e gli ha chiesto di cercare i soldi, il tabaccaio si è messo a frugare nella borsetta della signora, era un po’ imbarazzato, però alla fine ha trovato i soldi, ha restituito la borsetta alla signora e le ha detto: “Signora, ora siamo molto più che amici”.

Alice Munro, a proposito del momento in cui brilla in testa un’idea letteraria, ha scritto:

Il momento non è forse quello in cui hai l’idea, o meglio inciampi nell’idea, ci sbatti contro, come se stesse vagando da sempre nella tua testa? È già lì, ancora senza lineamenti precisi, ma armoniosa e brillante. Non è la storia. È lo spirito, il centro della storia, qualcosa che non è fatto di parole, ma che può sorgere alla vita, almeno a una vita pubblica, soltanto quando le parole lo avvolgono. Un oggetto ancora non guastato, ancora protetto dalle interferenze.

Il momento in cui ho l’idea non coincide mai col momento in cui sbatto contro la storia, l’idea nel mio caso è successiva alla storia. La storia – l’insignificante, microscopica storia – accade per strada, in una tabaccheria, su un marciapiede, e quando accade non penso mai che quella può essere un’insignificante, microscopica storia letteraria. Quella che Munro definisce “lo spirito, il centro della storia, qualcosa che non è fatto di parole, ma che può sorgere alla vita” è la vita stessa, è l’essenza del vivere. Le parole sono solo uno strumento convenzionale, una traduzione tardiva, nonché un tentativo sempre vano di agguantare la vita.

 

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6 Risposte to “Qualcosa che non è fatto di parole”


  1. ti ho indicato ai miei studenti di quarta come modello di scrittura per questo tuo mettere insieme spunti diversi che loro, alle prese con quelle tipologie infami di scrittura,, poracci, non sanno mai dove andare a prendere. l’altro modello, per dire, è beniamino placido.
    naturalmente ti schermirai, dirai qualcosa di buffo: la faccenda è serissima e desolante. vedi, gli scrittori veri servono anche a questo e se pensiamo alla tristezza del panorama culturale giovanile, non è poco. quest’estate leggeranno “la misura del danno”. agh, ho fatto la rima. deformazione

    • Andrea Pomella Says:

      Lucia, la cosa più piccola che posso fare è ringraziarti. Non dirò niente di buffo, perché penso come te che la faccenda sia serissima.

  2. poetella Says:

    maledettamente seria.

  3. doze Says:

    compito dello scrittore però è nobilitare la vita, farla diventare letteratura. unire i puntini, incastrare i pezzi del puzzle. può essere la tangibile realtà ad ispirare, a fare germogliare un’idea già presente, e però poi ci si deve appartare dalla vita se si vuole dar seguito all’intenzione con uno sforzo creativo. insomma, le parole non solo inutili a mio modo di vedere, creano il significato piuttosto che svilirlo. oppure ho capito male? comunque, complimenti, ti seguo con interesse.

    • Andrea Pomella Says:

      Le parole non sono inutili, vano è lo sforzo che facciamo per pareggiare la vita servendoci delle parole. Vano, ma bellissimo.

  4. inthekaos Says:

    Ci vuole una determinata sensibilità per comprendere che tutto è storia ..


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