Lo stile è la via più libera e breve

10 febbraio 2014

Il principale problema di tanta letteratura di oggi è che molti autori, anziché narrare una storia sforzandosi di dire il necessario, cercano di narrare la storia facendo in modo che quella storia ricordi, per clima e per maniera, un’altra storia, o meglio, un altro libro, meglio se un libro intensamente letterario. Molti autori cioè non si concentrano sui fatti, ma sullo stile, e non mi riferisco solo a uno stile di scrittura, ossia all’uso di una particolare tecnica, ma a uno stile di storia. Raccontano storie che a loro avviso sono dotate di una particolare musica letteraria, che per una serie di cliché suppongono adatte a essere impaginate in un certo modo, con un titolo affettato, confezionate per un pubblico che si aspetta esattamente quel tipo di storia raccontata in quel modo. Si tratta di preferire una via lunga e contorta laddove è a disposizione una via molto più breve. La via lunga consiste nel dover filtrare la storia attraverso l’imitazione, la via breve è versare la storia nel recipiente della pagina bianca lasciando che a lavorare sia solo la propria sensibilità artistica.

Molto spesso le persone si comportano come altre persone di cui sanno poco e niente, e che però nella loro percezione rappresentano la cosiddetta maggioranza, per il solo fatto che pensano che comportandosi in quel modo possano essere meglio accettati in un certo contesto sociale. Nel Grande Nulla dove lavoro io, per esempio, mi rifiuto di adeguarmi allo stile imperante, che è uno stile fatto di saluti forzatamente allegri, di confidenze svenevoli, di socialità da corridoio. Nel rifiutarmi queste cose vengo spesso tacciato di essere una creatura ombrosa, suscettibile, schiva. Spesso mi è stato rimproverato di non parlare quasi mai, e le persone che mi hanno rimproverato di questo sono generalmente persone con cui non ho alcun rapporto lavorativo né di amicizia, sono cioè dei perfetti sconosciuti che tuttavia, per qualche misterioso motivo, si sentono in diritto di sentenziare sul mio umore e sul mio comportamento. Tempo fa uno di questi sconosciuti mi ha fermato sulle scale e mi ha detto: “Ho letto un tuo articolo su internet. Quindi tu scrivi?” E io: “Suppongo di sì”. Al che lui: “Ah, non l’avrei mai detto”. “Perché?” “Perché… non lo so, ti vedo qua da tanti anni e non ti ho mai sentito parlare”. Il fatto che quel tizio non mi avesse mai sentito parlare, o più probabilmente che non mi avesse mai visto partecipare alle estenuanti riunioni conviviali intorno al distributore di caffè di cui lui al contrario è un assiduo frequentatore, lo avevano persuaso che non fossi in grado di scrivere un articolo né che fossi capace di avere una vita socialmente accettabile. Il fatto è che quella persona tendeva a riferire il mio comportamento al comportamento tenuto dalla maggioranza delle persone nel Grande Nulla, lo comparava al cliché, nel giudicarmi il suo cervello tendeva a fare un giro lunghissimo e contorto di connessioni che lo portavano a una conclusione tanto rudimentale quanto errata.

Sono convinto che la questione dello stile non sia eminentemente artistica, la questione dello stile è umana. I meccanismi attraverso i quali si raggiunge un mediocre risultato letterario o si formula un giudizio errato su una persona sono molto simili e derivano da un fraintendimento del concetto di stile. Lo stile non è un orpello, non è un lasciapassare che consente di raggiungere l’approvazione dei nostri simili. Lo stile, in un caso e nell’altro, è la via più libera e breve che riusciamo a elaborare per risolvere un problema.

 

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9 Risposte to “Lo stile è la via più libera e breve”

  1. piovaschi Says:

    Non posso che essere d’accordo sul principale problema di tanta letteratura di oggi, ma penso che hai invertito gli aggettivi. La via che per te è lunga, quella di “dover filtrare la storia attraverso l’imitazione” io penso che sia invece quella breve, altrimenti questi scrittori di cui parli non l’avrebbero scelta. La via lunga, in qualche modo la via dura, è proprio quella che passa attraverso il proprio stile ed è una via coraggiosa proprio perché si deve far “lavorare solo la propria sensibilità artistica”. Hemingway in “Verdi colline d’Africa” (1935) rispondendo alla domanda su chi sia il più grande scrittore d’America cita i loro “classici” che consideriamo tali ancora oggi (Melville, Hawthorne, Emerson, Thoreau, Wittier, Poe) e, tra le altre cose, scrive che “un classico non può derivare da un altro classico che lo ha preceduto, o somigliargli”. Se lo scriveva allora è perché il problema che hai evidenziato esisteva già e ogni generazione se lo vede riproposto nei modi e nelle maniere del suo tempo. Per diventare un classico bisogna avere coraggio, e uno come Hemingway ce l’aveva, per esempio.

    • Andrea Pomella Says:

      Beh sì, in fondo diciamo la stessa cosa, che è poi ciò che intendeva Charlie Parker con “impara tutto e poi dimentica tutto”.

    • speakermuto Says:

      Sono d’accordo. È più rapido (tentare di) imitare uno stile celebre, sia perché non si va alla cieca e si ha un riferimento, sia perché si ritiene di indicare l’appartenenza a un club di lettori con lo stesso gusto (cioè se vi piace Tizio devo piacervi anch’io) e sia perché ci si sente più vicini al Maestro.

  2. speakermuto Says:

    Andrea, quando affermi che la via dell’imitazione è quella più lunga, credo tu ti riferisca a un esercizio di stile in cui, oltre al contenuto del testo, l’autore deve anche assicurarsi di ripetere le caratteristiche stilistiche del Nume.

    In realtà avere uno stile personale non è semplice ma forse a te riesce senza sforzo, per questo la consideri una via breve :^)

    • Andrea Pomella Says:

      Il motivo per cui la considero una via breve è che se devo descrivere un personaggio che afferra una mela ho diversi modi per farlo, un autore mediocre cercherà l’imitazione anche in una descrizione semplice come questa, tenterà cioè di percorrere una via contorta che lo porterà a osservare la mela con gli occhi dei suoi maestri (o meglio con quelli che lui presume siano stati gli occhi dei suoi maestri), fino a dimenticare cosa vedono in realtà i propri occhi, e questa lungaggine lui la chiamerà “stile”, mentre in realtà c’è una via molto più breve che equivale a scrivere semplicemente “prese la mela”, tuttavia questa via breve non soddisferà il nostro autore perché in essa non rintraccerà alcuno stile. Ecco, secondo me lo stile affiora quando quell’autore si rende conto che è sufficiente scrivere “prese la mela”. Ciò che voi chiamate la “via lunga” è la presa di coscienza non l’atto. La presa di coscienza può richiedere anni, a volte non basta tutta la vita.


  3. L’ha ribloggato su sabrinaminettie ha commentato:
    sullo stile. in letteratura e nella vita


  4. Pezzo magistrale. Anche perché a volte questo stile non stile è influenzato da pseudo editori che convicono pseudo scrittori che un certo tipo di scrittura sterotipata è il solo mezzo per sfondare. Ma mi piace la riflessione di Andrea perché si estende anche alla vita, un po’ alla Nietzsche, nella riflessione sullo “stile” come qualcosa che caratterizza un’esistenza, che è composta da diverse narrazioni, che non stanno solo sulla pagina… sul luogo di lavoro, be’, concordo, esperienza simile la mia…


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