Cara madre, caro padre

18 marzo 2014

Ogni mattina, quando esco per andare a lavoro, vedo le stesse cose, vedo la luce fiacca ma solenne del primo mattino, il gigante con una gamba più corta dell’altra che zoppica sul marciapiede diretto al bar, l’infermiera che mi pedina per parcheggiare la sua auto al posto della mia, ogni mattina che passa faccio sempre più fatica a credere alla storia che c’è un mondo multiforme al di fuori di questo, e che io non sono la mosca irretita dalla vecchia lampadina.

C’è una lettera dello scrittore brasiliano Caio Fernando Abreu ai suoi genitori che inizia così: “Cara madre, caro padre, non so più convivere con le persone”.

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Una Risposta to “Cara madre, caro padre”

  1. giuseppebarreca Says:

    questa parte delal lettera è molto amara: “Mi sto trasformando poco a poco in un essere umano un po’ assuefatto alla solitudine. E che sa solo scrivere. Non so più parlare, abbracciare, baciare, dire cose apparentemente semplici come “ti voglio bene”. Voglio bene a me. Credo che sia il destino degli scrittori. E stavo pensando che, più di qualunque altra cosa, sono uno scrittore, una persona che scrive sulla vita- come chi guarda da una finestra – ma non riesce a viverla”.


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