Grillo e il paese dove sono accampati gli italiani

3 settembre 2014

Ieri, sul suo blog, Grillo ha pubblicato un post dal titolo Il ritorno delle malattie infettive in cui rilancia un evergreen della peggior destra isolazionista e xenofoba: l’idea che gli stranieri portino le malattie. Quello che ci si aspetta da un movimento politico è che faccia politica, e quella di Grillo, si sa, non è politica, è un divano di Freud su cui si sperimentano e si assecondano le pulsioni assolute dell’umano, in questo caso un umano di una specie precisa, un umano italiano. E dunque l’umano italiano è primordialmente convinto che la sua razza è pulita, in buone condizioni di salute fisica e mentale, senza alterazioni o disturbi funzionali, mentre tutti coloro che provengono da una parte diversa di mondo sono essenzialmente guasti, ammaccati o bacati, non solo, ma hanno la capacità batteriologica di infettare la razza pulita con le loro infermità. In virtù di questa convinzione, una convinzione così estesa da rasentare i tre quarti della popolazione (si guardino i sondaggi d’opinione in merito), Grillo – che non ha un progetto politico ma, come detto, ha un divano su cui lascia sfogare le pulsioni psichiche dell’umano italiano – imposta la propria politica, che è una politica aprogettuale, una politica che si fonda sul bisogno quotidiano, sull’irrazionalità del momento, una politica che ha necessità di estrarre un tema al giorno, come è proprio di qualsiasi blogger che si rispetti. Ma Grillo previene anche le critiche, arriva a scrivere: “I triti e ritriti confronti degli italiani come popolo di migranti che deve comprendere, capire, giustificare chiunque entri in Italia, sono delle amenità tirate in ballo dai radical chic e dalla sinistra che non pagano mai il conto e da chi non vuole affrontare il problema”. Ci sono in questa frase almeno tre contraddizioni. La prima: se un’argomentazione è valida, rimane valida anche se viene ribadita un milione di volte, ossia l’essere trito e ritrito non intacca la validità di un confronto. La seconda: i radical chic e la sinistra che non paga mai il conto è un cliché trito e ritrito. La terza: Grillo stesso, proponendo la chiusura delle frontiere, non affronta il problema (ammesso che ci sia quel problema), semmai lo elude, o addirittura lo rimanda a data da destinarsi. Grillo compie anche un piccolo capolavoro comico (non c’è niente di cui meravigliarsi, è il suo mestiere); scrive: “Qui per evitare il tabù del razzismo arriviamo alla situazione grottesca degli Stati africani che chiudono le frontiere tra loro per paura del diffondersi dell’ebola”. Si tratta di un passaggio in cui dà involontariamente a se stesso del razzista e definisce il razzismo “un tabù”, come se il razzismo fosse un argomento che, per ragioni che a lui risultano incomprensibili, non si deve e non si può toccare. Chissà se Grillo conosce quella frase di Flaiano che fa: “L’Italia è un paese dove sono accampati gli italiani”.

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Una Risposta to “Grillo e il paese dove sono accampati gli italiani”


  1. Applausi triti e ritriti per Pomella.


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