Renzi e il tfr, ovvero come avere un’idea giusta e tre sbagliate

2 ottobre 2014

Nella proposta di Renzi di dare il tfr in busta paga c’è una cosa giusta e tre sbagliate. Comincio dalla cosa giusta. Lo Stato non può essere il tutore a cui è affidata la responsabilità e la sorveglianza dei risparmi di un lavoratore, il tfr è una quota della retribuzione, e come tale è doveroso che un lavoratore possa disporne a proprio piacimento, ossia decidere se continuare ad accantonarla o utilizzarla come meglio crede. La cosa giusta è dunque la proposta in sé. Quelle sbagliate derivano dal modo in cui la proposta giusta è stata declinata.

Prima cosa sbagliata. La debolezza del bonus Irpef da ottanta euro era data dal fatto che si trattava di una misura destinata ai soli lavoratori dipendenti, escludendo di fatto tutte le altre categorie sociali. La proposta di dare il tfr in busta paga insiste col privilegiare la categoria dei lavoratori dipendenti, continuando a trascurare tutti gli altri. Anche nella politica economica di Renzi, come in quella dei suoi predecessori, non c’è ombra di redistribuzione. E senza redistribuzione non c’è ripresa.

Seconda cosa sbagliata. Renzi ha detto: “Anziché tenere i soldi da parte alla fine del lavoro, te li do tutti i mesi. Significa, per uno che guadagna milletrecento euro, un altro centinaio di euro al mese che, uniti agli ottanta euro, iniziano a fare una bella dote”. Vale a dire, la proposta include l’ammissione che si tratta di raschiare il fondo del barile, il che non è male per un esecutivo al settimo mese di governo.

Terza cosa sbagliata. L’arte di governo sta nella capacità di indicare una visione del futuro. La visione politica di Renzi è raggelante e può essere sintetizzata in una formula: il futuro non esiste, conta solo il presente. In termini economici questa cosa si traduce in un invito a spendere oggi i risparmi destinati a domani, ossia: Ti piacerebbe ricominciare a uscire qualche volta la sera? Certo che sì! Allora vai e saccheggia il salvadanaio di tuo figlio.

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