Mi fermo o non mi fermo?

11 dicembre 2014

Giorni fa, era sera, tornavo in macchina verso casa. Era già notte, quasi del tutto notte, ma non ancora del tutto notte. C’era un filo di luce grigiastra che resisteva, un chiarore destinato a soccombere in una manciata di minuti. Sul bordo della strada ho visto un uomo che si sbracciava cercando di fermare le auto, o meglio, cercando di fermare me che guidavo l’unica auto che passava in quel momento. Non l’ho visto in faccia. Non ho visto che tipo fosse. Ma mi è sembrato che dietro di lui ci fosse un altro uomo. Stava in piedi come lui, non mostrava segni critici; voglio dire, non era steso a bordo strada, né sul cofano della macchina, e nemmeno dentro ai sedili. Il mio dilemma è stato: “Mi fermo o non mi fermo?” Ma il dilemma si è sciolto abbastanza presto: non mi sono fermato. Ho pensato che erano appena le sei di sera, un altro migliaio di macchine sarebbe passato su quella stessa strada da lì a poco. Così sono andato oltre. Ma subito dopo mi sono messo a pensare che magari quei due avevano bisogno d’aiuto, mentre io avevo dato per scontato che fosse una specie di agguato, che cercassero un pollo facile da rapinare. Su quella stessa strada anni fa ho ritrovato la mia macchina rubata, aveva gli sportelli aperti, il cruscotto spaccato, un prolasso di fili e parti meccaniche che pendeva da sotto il volante. Sarà per questo che ho dato per scontato che fossero dei criminali, che se avessi accostato mi avrebbero rifilato un cazzotto sul naso e mi avrebbero ripulito. È stata un’associazione di idee. Poi, il giorno dopo, sono passato di nuovo su quella strada, e non c’era niente. C’era solo un bambino in bicicletta che scampanellava sul marciapiede. Mi ha ricordato i bei tempi, risplendeva di leggerezza. Allora ho pensato che se domani ripasso da quelle parti e vedo un uomo che si sbraccia cercando di fermare le auto che passano, stavolta mi fermo, perché stavolta ripenso al bambino in bicicletta, perché il bambino in bicicletta ha soppiantato il ricordo turpe della mia macchina rubata con gli sportelli aperti e il cruscotto spaccato eccetera. Ovverosia tutte le decisioni che prendo le prendo sulla scorta di un’esperienza bella o brutta, come uno sbavante cane di Pavlov. E questo, direte, è normale. Ma mi piace poco e niente.

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