L’Isis sui barconi, ovvero battere le mani per scacciare gli elefanti

20 febbraio 2015

Uscito ieri su ilfattoquotidiano.it, qui.

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Secondo il Daily Telegraph, l’Isis sarebbe intenzionato a infiltrare jihadisti sui barconi di immigrati diretti sulle coste italiane, per attaccare le “compagnie marittime e le navi dei Crociati”. Una teoria già sentita dalle voci di Alfano e Salvini e sostenuta anche dall’ambasciatore d’Egitto a Londra Nasser Kamel. Una teoria che però non tiene conto di due fattori. Il primo: un’organizzazione terroristica non spende tempo e denaro ad addestrare i propri uomini per poi scegliere come mezzo di locomozione il meno sicuro al mondo (secondo l’Agenzia Onu per i rifugiati i morti nel Mediterraneo nel 2014 sono stati 3.419); Il secondo: gli attacchi finora effettuati sul suolo europeo non sono stati condotti da persone provenienti da un altro continente, bensì da immigrati di seconda generazione, gente cioè nata e cresciuta in Europa e infusa di quella missione sacrale che Khaled Fouad Allam ne Il Jihadista della porta accanto (Piemme) ha definito “terrorismo di prossimità”. A che serve allora sbandierare la minaccia di uno sbarco sulle coste italiane di jihadisti mescolati alla popolazione di profughi in fuga da guerre e miseria? Nel libro di Paul Watzlawick Istruzioni per rendersi infelici (Feltrinelli, traduzione di Franco Fusaro) ho trovato una storiella esemplare: Dobbiamo adesso parlare non più della creazione del problema, ma di come si fa a non affrontarlo, allo scopo di renderlo eterno. Il fondamentale modello ci è fornito dalla storia dell’uomo che batteva le mani ogni dieci secondi. Interrogato sul perché di questo strano comportamento, rispose: «Per scacciare gli elefanti». «Elefanti? Ma qui non ci sono elefanti!» E lui: «Appunto». La morale del paradosso di Watzlawick è che a volte scansare un problema serve proprio a far persistere quel problema. Se non precisamente quello, un altro problema a esso collegato. Coloro che agitano lo spettro dell’Isis sui barconi non fanno altro che oscurare il vuoto di idee, la malafede e l’incapacità di mettere mano concretamente al problema degli sbarchi, che poi a ben vedere non è neppure il vero problema, dacché una verità lapalissiana è che se un barcone sbarca vuol dire che perlomeno non è affondato a largo, e che trecento persone non ci hanno rimesso la pelle.

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