Il problema dell’universo che mi ronza in testa

16 novembre 2015

Nel trentacinquesimo capitolo di Moby-Dick (nuova edizione Einaudi, traduzione di Ottavio Fatica) Melville spiega al lettore come si svolge il turno di vedetta al colombiere, ossia in che consiste il lavoro del marinaio che sale sulla piattaforma in cima all’albero, e per molte ore resta in contemplazione dei “pascoli acquatici”, per adocchiare ogni singolo movimento che si produce nell’oceano. Melville, attraverso il suo io narrante Ishmael, confessa quanto fosse lui stesso inadeguato a questo compito, e più in generale mette in guardia i capitani dall’assegnare tale incarico a “giovanotti romantici, malinconici e svagati che, disgustati dalle gravose cure mondane, van cercando il sentimento nel catrame e nella grascia”. Scrive Melville: “A questo punto vorrei vuotare il sacco e con tutta franchezza ammetterò che come vedetta ero una frana. Come avrei potuto, lasciato in balìa di me stesso a un’altitudine che già funge da stimolo al pensiero, con il problema dell’universo che mi ronzava in testa, come avrei potuto non prender sotto gamba gli ordini vigenti su ogni baleniera: «Occhi aperti e segnala sempre»”. Subito dopo, ci fa dono di una delle pagine più appassionate e struggenti della letteratura d’ogni tempo, facendoci penetrare nella mente e nel cuore di una di queste vedette inefficaci: “[…] la mescidanza cadenzata dell’onde coi pensieri culla il nostro giovane svagato in un tal letargo oppiaceo di fantasticherie vacue e incoscienti che finisce per perdere l’identità, scambia l’arcano oceano ai piedi per l’immagine visibile di quell’anima profonda, azzurra, illimite che pervade umanità e natura; e ogni cosa strana, intravista, guizzante, bellissima che gli sfugga, ogni pinna d’incerta forma da lui confusamente scorta che affiori, gli sembra l’incarnazione di quei pensieri sfuggenti che senza posa sciamano attraverso l’anima”. E ancora: “In te ora non c’è vita, tranne la vita cullante impressa da una nave che dolcemente rolla, dalla nave presa a prestito dal mare, dal mare dalle imperscrutabili maree di Dio. Ma mentre questo sonno, questo sogno è su di te, se fai tanto di muovere il piede o la mano, di mollare la presa, inorridita la tua identità farà ritorno. Ti libri su vortici cartesiani. E forse a mezzogiorno, quando il tempo volge al bello, con un grido strozzato piomberai attraverso l’aria trasparente nel mare estivo per non riemergere mai più”.

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